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Per ora un problema petrolio non c’è. Ma se la crisi in Medio Oriente non dovesse rientrare, allora ci sarà. Ha ragione il ceo di Eni, Claudio Descalzi quando, in occasione dei 70 anni del Cane a sei zampe, si dice preoccupato per gli effetti del conflitto sul mercato dell’oro nero. Più che sulla produzione, i guai potrebbero arrivare sui prezzi, ma la sostanza cambia poco. Non è un caso che in queste ore il Wti abbia toccato quota 86,22 dollari al barile, in progresso di 25 centesimi e il Brent gli 87,94 dollari al barile, più 29 centesimi, dopo un picco a 88,05.

In mezzo a tanta incertezza, c’è un punto fermo. Cambia lo scacchiere, ma sempre di petrolio si parla. Ovvero che il price cap, o tetto al prezzo, al costo dell’oro nero esportato dalla Russia e fissato lo scorso dicembre dai Paesi del G7, sta dando i suoi frutti. Sta, cioè, impattando negativamente sulle entrate del Cremlino. Di questo si è detta più che convinta una delle prime sostenitrici della misura imposta dall’Occidente, il segretario del Tesoro americano, Janet Yellen.

“Il tetto ha ridotto drasticamente le entrate della Russia negli ultimi dieci mesi e ora è essenziale continuare a imporre costi severi e attacchi crescenti alla Russia a causa della sua guerra in Ucraina. Perché la guerra in Ucraina rimane un grave ostacolo per l’economia globale”, ha spiegato Yellen a margine degli incontri del Fondo monetario internazionale, in Marocco.

Il responsabile dell’economia americana ha anche affermato che le previsioni aggiornate del Fmi (contenute nell’ultimo World economic outlook, ndr) mostrano che l’economia globale è in una situazione migliore di quanto previsto nelle riunioni annuali dello scorso anno. “Sebbene alcuni Paesi stiano sperimentando un rallentamento della crescita, in particolare la Cina e la zona euro, non ci sono segnali di destabilizzazione dell’economia globale attraverso un diffuso effetto di contagio”.

Certo, resta il nervosismo del mercato e questo al netto dei minori incassi della Russia. Ogni conflitto porta inevitabili effetti sull’economia mondiale. Nel caso della guerra in Israele, gli occhi sono puntati al gas e al petrolio con molti Stati che giocano un ruolo fondamentale a partire da Iran, Russia, Algeria, Turchia e Azerbajan. Nel caso di Teheran, per esempio, la produzione di petrolio dell’Iran a luglio scorso è tornata a 3,3 milioni di barili al giorno, settimo Paese al mondo nel 2023.

L’Iran produce circa un terzo delle quantità di Russia e Arabia Saudita, ma nell’ultimo paio di anni ha aggiunto circa un milione di barili al giorno. È una grandezza da tenere a mente, perché anche i tagli decretati all’inizio dell’estate scorsa dall’Opec Plus sono esattamente di un milione di barili al giorno. Sono in vigore da oltre tre mesi e arriveranno almeno fino alla fine dell’anno.

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