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Esiste una consonanza tra coloro che sono stati banchieri centrali? È l’interrogativo che sorge dopo Davos. Dopo aver udito l’intervento del premier canadese Mark Carney ed oggi quello dell’ex Presidente del consiglio italiano: Mario Draghi. Personaggi, entrambi, prestati alla politica, ma con un pedigree che li accumuna: economisti, banchieri (in Canada ed in Inghilterra il primo, in Italia ed a Francoforte il secondo), e solo alla fine della loro carriera, destinati a svolgere un rilevante ruolo istituzionale.

Identico il cruccio che ha legato i due diversi interventi: “quella rottura dell’ordine mondiale”, come ha detto Carney. Un “ordine globale ormai defunto”, come nelle analisi di Draghi. Premesse che portano, pur considerando le diverse angolazioni dei relativi interventi, a conclusioni più o meno analoghe. Per il canadese le “potenze medie”, ovvia eccezione gli Stati Uniti e la Cina, “possono costruire qualcosa di migliore e più giusto”. Esse hanno infatti “più da perdere in un mondo di fortezze e più da guadagnare in un mondo di cooperazione autentica”.

Per l’italiano, invece, “in questa fase, la strada migliore per l’Europa è quella che sta già percorrendo: concludere accordi commerciali con partner affini che offrano diversificazione e rafforzare la nostra posizione nelle catene del valore in cui siamo già critici.” Alle ragioni della pura forza è necessario contrapporsi: continuando a lavorare cercando nuovi spazi di cooperazione ovunque ciò sia possibile. Ed ecco allo le grandi aperture con mondi fino a ieri lontani, come il Mercosur o l’India. Per non parlare dell’intensificarsi dei rapporti tradizionali, con gli stessi Stati Uniti, fin quando ciò sarà possibile, considerati gli scarti d’umore del suo Presidente.

Sarà sufficiente? Draghi non lo crede ed è difficile dargli torto. Troppi sono stati gli errori compiuti in passato, e che, alla fine, sono riusciti ad oscurare i benefici reciproci che le vecchie regole internazionali garantivano a ciascun Paese. Di cui sia l’Europa, sia gli Stati Uniti hanno goduto. Questo almeno prima dell’ingresso della Cina nel Wto. Avvenimento destinato a segnare l’epoca successiva. E di cui – aggiungiamo noi – gli Stati Uniti di Bill Clinton portano ancora oggi una grande responsabilità. Se era giusto non escludere dai benefici del commercio internazionale un Paese di quelle dimensioni. Altrettanto necessario era imporre il rispetto delle regole che avevano fatto grande l’Occidente. Ma così, purtroppo, non è stato.

Da allora, ricorda Draghi, “il commercio globale si è progressivamente allontanato dal principio ricardiano secondo cui gli scambi dovrebbero seguire il vantaggio comparato. Alcuni Stati hanno perseguito un vantaggio assoluto attraverso strategie mercantilistiche, imponendo la deindustrializzazione ad altri, mentre i benefici residui venivano distribuiti in modo diseguale. Da qui è nata la reazione politica che oggi affrontiamo.” Ed ecco allora l’emergere di quelle logiche di potenza che oggi dominano il mondo.

Con “un’America che, almeno nella sua postura attuale, enfatizza i costi sostenuti ignorando i benefici ottenuti. Impone dazi all’Europa, minaccia i nostri interessi territoriali e chiarisce, per la prima volta, di considerare la frammentazione politica europea funzionale ai propri interessi.” Con una Cina che, a sua volta, “controlla i nodi critici delle catene globali del valore ed è disposta a sfruttare questa leva: inondando i mercati, trattenendo input essenziali, costringendo altri a sopportare il costo dei propri squilibri. Questo è un futuro in cui l’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata — tutto insieme. E un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori.”

Occorre essere consapevoli che “la transizione da questo ordine a ciò che verrà dopo non sarà facile. Affronteremo un lungo periodo in cui le interdipendenze persisteranno mentre le rivalità si intensificano. Restiamo fortemente dipendenti dagli Stati Uniti per energia, tecnologia e difesa. La Cina fornisce oltre il 90% delle nostre importazioni di terre rare e domina le catene globali del valore del solare e delle batterie che sostengono la nostra transizione verde”

Nell’immediato periodo l’Europa sta facendo quello che è giusto che faccia. Ma alla lunga sono ben altre le sfide da affrontare. “Presi singolarmente, la maggior parte dei Paesi dell’Ue non è nemmeno una media potenza capace di navigare questo nuovo ordine formando coalizioni efficaci.” Insieme, invece, “hanno l’opzione di diventare una vera potenza autonoma.” Si tratta, allora di “decidere se restare semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui, oppure compiere i passi necessari per diventare una potenza.” Ma per ottenere un simile risultato non basta rimanere una semplice “confederazione”.
Occorre invece realizzare quella “federazione” che c’è già si vede nel “commercio, concorrenza, mercato unico, politica monetaria”. Ma non nella “difesa, politica industriale, affari esteri”.

E farlo da subito. Evitando l’illusione di chi vorrebbe rimandare il tutto a tempi migliori. E la stessa storia europea che può guidare i passi futuri. Quel “pragmatismo” che, da sempre, ha portato alle costruzioni più ardite. Di cui “l’euro ne è l’esempio più riuscito”. Allora chi era pronto è andato avanti, altri poi hanno aderito. Lo stesso dovrà avvenire in quei settori in cui il particolarismo statuale sembra ancora essere un baluardo inespugnabile. Cadrà. Alla fine, cadrà. Sulla spinta indotta da “una minaccia comune”. Che, tuttavia, “da sola non basta”. Alla paura dovrà seguire “la speranza”. Nella consapevolezza che è solo su questa base che si potrà costruire l’Europa.

Mario Draghi all’Università di Leuven disegna l’Europa necessaria. La riflessione di Polillo

Per ottenere un simile risultato non basta rimanere una semplice confederazione. Occorre invece realizzare quella federazione che c’è già si vede nel commercio, concorrenza, mercato unico, politica monetaria. Ma non nella difesa, politica industriale, affari esteri. E farlo da subito. La riflessione di Gianfranco Polillo

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