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Indomabile, preciso ed esigente come pochi altri leader politici Giorgio Napolitano si distingueva soprattutto per il suo aplomb regale, il portamento distante, apparentemente altero, la sicurezza e la disinvoltura di un uomo solo al comando.

E questo non al Quirinale, ma fin dagli esordi in politica. “Quando era un giovane esponente del Partito comunista – scrive nel recente volume “Re Giorgio” l’ex Quirinalista del Tg1 Daniela Tagliafico – pretendeva che i giornalisti dell’Unità che dovevano trascrivere i suoi interventi al Comitato Centrale glieli facessero leggere prima di andare in stampa, con la punteggiatura corretta”. A soprannominarlo Re Giorgio è stato il New York Times e l’appellativo ”King George”, ribalzando dai quotidiani ai talk show, innescò un dibattito su quello che venne definito l’interventismo di Napolitano e se e come, a differenza dei precedenti Capi di Stato, avesse esercitato i poteri attribuitigli dalla Costituzione, debordando o nella pienezza delle prerogative.

Come ha spiegato lo stesso Napolitano nel volume “L’ esercizio della democrazia” scritto assieme al Presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, “la democrazia è un insieme di diritti e di doveri che appartengono al cittadino e che spetta al cittadino esercitare. È prima di tutto un modo di rapportarsi con gli altri: nasce dal basso, dalla vita quotidiana, e arriva a permeare la costruzione di una società. Per questo é così importante parlare di esercizio: la democrazia non viene stabilita e progettata una volta per tutte; è una realtà viva, in continua trasformazione, che si nutre dei valori che le persone sanno trasmettere”.

Parole dalle quali emerge una lezione ideale fondamentale, basata sull’eguaglianza. L’essenza della democrazia, che è relativistica, non assolutistica, é la partecipazione ed il confronto delle opinioni. All’esito del quale bisogna decidere.

Storicamente l’11simo Presidente della Repubblica, al contrario di molti suoi compagni di partito, ha attraversato indenne tutte le stagioni del Comunismo nazionale e internazionale: dalla svolta di Salerno al governo Parri-Togliatti, dallo stalinismo e gli anni bui delle invasioni dell’Ungheria e della Cecoslovacchia, alle divisioni all’interno del Pci tra la destra amendoliana, la sinistra di Ingrao, la corrente migliorista. Fino al capolinea della caduta del muro di Berlino che segnò la fine del comunismo, a tangentopoli e alla scomparsa dell’intera classe politica democristiana e socialista.

Un continuo fluctuat nec mergitur, navigare senza affondare, come il motto di Parigi, che rifulge anche al Quirinale dove l’unico british old comunista amico personale della Regina Elisabetta II, pubblicamente stimato da Henry Kissinger, affronta con risolutezza sovrana il confronto con Silvio Berlusconi e il braccio di ferro con la Procura di Palermo.

Segna una svolta anche con l’inedita rielezione alla Presidenza della Repubblica. Una svolta che rappresenta tuttavia l’epilogo del mancato rinnovamento della politica.

Paradossalmente infatti, nonostante si ritrovi ad essere democraticamente eletto per ben due volte al vertice dello Stato e non abbia conquistato il potere attraverso il sogno della rivoluzione comunista, è costretto a constatare, interrompendo con le dimissioni il secondo mandato, di aver fallito per l’irresponsabilità dei partiti il progetto perseguito per anni: riformare con una legge elettorale nell’interesse del Paese e non dei partiti il costume e la politica italiana.

Anche per questo, riesaminare la vasta eredità di Giorgio Napolitano significa trovare e dare risposte ai tanti interrogativi che l’attuale situazione politica, a cominciare dal travaglio dei progressisti e della sinistra, nonché l’irrisolutezza dei conservatori e le divisioni del centrodestra, pongono oggi a chi vuole capire quale futuro attende il Paese. Un futuro che Napolitano ha anticipato vivendo coerentemente i suoi ideali.

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