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Il leader cinese Xi Jinping e il rais siriano Bashar el Assad hanno dichiarato una “partnership strategica” durante la visita del satrapo di Damasco a Pechino. Tra i due Paesi si apre da oggi una fase di maggiore cooperazione che potenzialmente vedrà la Cina prendere una posizione di vantaggio nella ricostruzione della Siria — un Paese devastato dalla guerra con cui Assad ha schiacciato il suo stesso popolo e retto al tentativo di rivoluzione dei gruppi ribelli.

L’annuncio è stato fatto durante la visita di Assad, la prima dal 2004 e il primo incontro diretto con Xi, avvenuta in concomitanza con la cerimonia di apertura dei Giochi Asiatici a cui la Siria partecipa. Quello offerto da Pechino è un tappeto rosso nella riqualificazione siriana, e soprattutto assadista: il capo di Stato di Damasco ha già riaperto il dialogo con le nazioni regionali — molte delle quali avevano sostenuto i ribelli anche militarmente — e la Lega Araba gli ha già teso la mano, dopo averlo escluso per un decennio. Ma la visita in Cina è ancora più importante per il valore del Paese sul palcoscenico globale.

Le relazioni storiche tra Siria e Cina sono state segnate dalla cooperazione e dal sostegno diplomatico, con una storia che risale a diversi decenni fa. Questi legami si sono consolidati durante l’epoca della Guerra Fredda, quando entrambe le nazioni hanno trovato un terreno comune nel sostenere principi come la non interferenza negli affari interni degli Stati sovrani. Anche seguendo questa linea, la Cina ha sempre sostenuto la Siria nei forum internazionali, comprese le Nazioni Unite, fornendo spesso una copertura diplomatica quando Damasco ha dovuto affrontare l’isolamento dalle nazioni occidentali a causa della brutale repressione delle opposizioni — a cui Assad ha tenuto fronte grazie al supporto di Iran e Russia. Nel corso degli ultimi anni, la relazione con la Cina è migliorata: la guerra civile in Siria è sostanzialmente finita, il regime ha vinto anche se ci sono isolati hotspot controllati dai ribelli (aiutati dalla Turchia) e la fascia settentrionale in mano ai curdi. Il Paese è pronto ad avviare la ricostruzione.

E Pechino vuole un ruolo per le proprie aziende anche pensando alla possibilità di incunearsi e aprire un avamposto affacciato nel Mediterraneo. Un lavoro complicato dove la Cina dovrà trovare spazi tra Iran e Russia. Pechino vi dedica attenzione non prioritaria, ma non vuole non esserci. Ora, con la dichiarazione di “partnership strategica nel XXI secolo”, queste relazioni storiche entrano in una nuova fase, evidenziando l’impegno della Cina a svolgere un ruolo significativo nella ricostruzione postbellica della Siria e soprattutto nella più ampia regione del Mediterraneo allargato. Per Damasco, la sponda cinese è molto più utile ed efficace di quella russa e iraniana: la Cina, pur con problemi economici, è una potenza globale.

Messaggi simbolici, significato strategico

L’incontro è stato all’insegna del simbolismo, con ciascun leader affiancato da nove assistenti a un grande tavolo rettangolare di legno, incorniciato dalle bandiere di entrambi i Paesi e da un dipinto cinese sullo sfondo.

Xi ha sottolineato la solidità delle relazioni Cina-Siria, affermando: “La Cina sostiene la Siria nell’opporsi alle interferenze straniere, nel contrastare le prepotenze unilaterali, nel salvaguardare l’indipendenza nazionale, la sovranità e l’integrità territoriale”. Assad, in risposta, ha espresso gratitudine per il sostegno della Cina durante le sfide affrontate dalla Siria e ha espresso ottimismo per il futuro: “Questa visita è estremamente importante per il momento e le circostanze, perché oggi si sta formando un mondo multipolare che ripristinerà l’equilibrio e la stabilità nel mondo”.

Il significato di tutto questo è altamente simbolico. La Siria partecipa al piano cinese di ricostruzione dell’ordine mondiale, quello lanciato con le iniziative globali di Xi — per la sicurezza, lo sviluppo e la civilizzazione. La Cina vuole dimostrare che nel modello che offre c’è spazio per tutti, anche per i dittatori che hanno insanguinato il loro Paese per anni (sono circa cinquecentomila i morti della guerra civile siriana, molti di questi ribelli e civili delle zone conquistate dai ribelli).

Per Pechino, il peso etico e morale è relativo e del tutto trascurabile se non intacca l’interesse cinese. Il messaggio che esce è che chiunque può essere riqualificato dal pragmatismo con cui la Cina affronta le relazioni internazionali. È un evidente richiamo a tutta una serie di Paesi che possono esprimere potenzialità ma con cui l’Occidente — che sta invece innalzando i temi dei diritti democratici come prioritari — ha interrotto i contatti. I golpisti nel Sahel e altri autoritarismi africani, l’Iran, il Venezuela, la giunta birmana, la Russia, sono alcuni esempi.

Da questo punto di vista la visita di Assad vale molto di più dei dialoghi bilaterali e delle attività cinesi nella regione. La Siria diventa ancora un terreno di test di dinamiche ampie, come nel caso della diffusione anti-occidentale che ha da sempre circondato il conflitto e da cui hanno preso vento azioni di infowar guidate innanzitutto dalla Russia e dall’Iran, e in parte minore dalla Cina. L’ecosistema del conflitto siriano ha prodotto e diffuso alcune delle più importanti operazioni di disinformazione recente, rendendo il termine “fake news” mainstream. La guerra civile a Damasco è stata da sempre una guerra di narrazioni: ora con il passaggio di Assad a Pechino continua a mostrare le sue caratteristiche.

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