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Uno dei primi provvedimenti presi dall’Occidente in seguito all’invasione dell’Ucraina nel febbraio del 2022 è stata l’imposizione di nuove sanzioni nei confronti della Russia. Obiettivo conclamato di queste sanzioni era l’interruzione del flusso diretto verso la Federazione Russa di componenti fondamentali per l’industria militare, nel tentativo di piegare la capacità di Mosca di sostenere le proprie operazioni militari.

Obiettivo che in un primo momento sembrava essere stato raggiunto: secondo le stime americane, la Russia avrebbe effettivamente visto calare costantemente la propria produzione bellica per i primi sei mesi. Tuttavia, funzionari statunitensi hanno ammesso che già dalla fine del 2022 le capacità produttive dell’apparato industriale-militare di Mosca abbiano ricominciato a crescere. Dietro quest’inversione di tendenza vi è una rete di traffici ufficiosa, sapientemente organizzata con l’ausilio dei servizi di intelligence russi e del ministero della Difesa moscovita, che tramite il transito in paesi terzi come la Turchia, Armenia, Emirati Arabi Uniti, e persino Lituania, garantisce l’afflusso in terra russa della componentistica tanto richiesta per soddisfare il fabbisogno dell’industria bellica del Cremlino, bypassando la fitta rete di limitazioni sviluppata dai legislatori europei ed americani. Anche grazie al sostegno di privati cittadini che, per questioni ideologiche o di puro lucro, si prestano come intermediari a favore di Mosca.

“In alcuni settori sono stati in grado di aumentare significativamente la produzione”, ha dichiarato Dmitri Alperovitch, esperto di sicurezza internazionale e presidente del think thank statunitense. “Nei casi in cui la Russia necessiti di un particolare componente nell’ordine dei milioni di unità, i controlli sulle esportazioni si dimostrano efficaci. Ma i chip necessari per produrre un paio di centinaia di missili da crociera starebbero in pochi zaini, il che rende relativamente semplice eludere le sanzioni”, aggiunge l’esperto.

Il fenomeno in questione riguarda i 38 componenti inseriti dai policymakers di Stati Uniti ed Unione Europea nella lista dei componenti critici soggetti a restrizioni di export verso la Federazione Russa; di questi 38, 9 sono microprocessori fondamentali per la produzione di missili e droni, sui quali l’amministrazione di Washington ha chiesto che venisse posta la massima attenzione.

In alcuni settori, è stato registrato anche un incremento rispetto al periodo precedente il conflitto. Mentre prima del Febbraio 2022 si stimava che la produzione annuale di carri armati si aggirasse intorno alle 100 unità, oggi si presume che la quota annuale di mezzi prodotti sia quantomeno raddoppiata. Stessa situazione per la manifattura dei proiettili d’artiglieria che si avvia verso una quota di due milioni di pezzi, registrando così un incremento del 100% negli ultimi diciotto mesi. E ancora, la produzione odierna di proiettili per armi leggere sarebbe sette volte tanto superiore a quella di cui la Russia disponeva prima dell’invasione, secondo il funzionario del ministero della Difesa estone Kusti Salman, il quale sottolinea anche come la Russia sia riuscita ad abbattere i costi di alcuni dei propri strumenti bellici, seppur sacrificandone in parte la qualità: il munizionamento per obice russo da 152 mm avrebbe raggiunto il prezzo di 600 dollari al pezzo, praticamente un decimo della sua controparte occidentale da 155 mm, il cui costo oscilla invece tra i 5.000 e i 6.000 dollari.

Nonostante ciò, i ritmi di produzione non sono sufficienti a compensare il consumo di munizioni al fronte. Nonostante i due milioni di proiettili prodotti, lo scorso anno le forze armate russe ne hanno sparati sul campo di battaglia ben 10 milioni. Ciò ha spinto Mosca a cercare disperatamente fonti alternative per aumentare le proprie scorte, come dimostrano gli accordi presi con la Corea del Nord.

Inoltre, malgrado i successi russi nel contrabbando di componenti di piccole dimensioni, il Cremlino sta affrontando una carenza di propellente per razzi e di esplosivi di base, i quali non possono essere contrabbandati così facilmente. Queste carenze potrebbero impattare sulle effettive capacità militari delle forze armate di Mosca all’interno del campo di battaglia ucraino.

Infine, è doveroso ricordare che i successi dello sforzo bellico russo non sono privi di effetti collaterali, come l’aumento dei tassi di interesse o la disruption del sistema economico: pare infatti che la Russia abbia riallocato quasi un terzo della sua economia commerciale verso la produzione di armi. Situazioni che nel lungo periodo potrebbero gravare sulla stabilità interna del paese, con sviluppi al momento difficili da prevedere, ma in ogni caso tutt’altro che irrilevanti.

Contrabbando e mano dello Stato, così Mosca sostiene la sua macchina militare

Nonostante le sanzioni occidentali, la Russia è riuscita ad incrementare la sua produzione di materiale militare. Alla base di questo successo ci sono la creazione di reti di contrabbando di materiali stranieri e un approccio dirigista all’economia. Ma gli effetti collaterali non mancano

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