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Dopo quella militare che ha portato alla (apparentemente facile) cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, che al momento attende la prima udienza davanti a un giudice federale di New York, adesso si gioca la partita giuridica. L’operazione “Absolute Resolve” ordinata da Donald Trump ha infatti aperto una frattura profonda tra diritto internazionale e diritto federale statunitense, mettendo alla prova i confini dell’extraterritorialità americana e il concetto stesso di sovranità.

In un’analisi pubblicata su AdnKronos, il vicedirettore Giorgio Rutelli, evidenzia quali siano le linee di frattura. Partendo dal fatto che per gran parte della comunità internazionale il blitz a Caracas configura una violazione dell’articolo 2(4) della Carta Onu e un rapimento di Stato in assenza di consenso o mandato del Consiglio di Sicurezza, mentre a Washington il Dipartimento di Giustizia ha già incardinato una strategia volta a blindare il processo, che vede il nodo centrale nel riconoscimento politico. Se per gli Stati Uniti Maduro non è il presidente legittimo del Venezuela, allora non può invocare l’immunità personale dei capi di Stato.

È questa la linea anticipata dal Segretario di Stato Marco Rubio: le elezioni venezuelane del 2024 sarebbero state fraudolente e il mandato di Maduro scaduto nel gennaio 2025. Davanti alla corte del Southern District of New York, l’imputato non comparirà come capo di Stato, ma come privato cittadino accusato di narcotraffico e narco-terrorismo, alla guida del cosiddetto “Cartello dei Soli”. Così, una questione di diritto internazionale viene ricondotta a una procedura penale interna, governata dal diritto federale.

Qual è quindi il punto di rottura? Mentre il diritto consuetudinario tutela l’immunità personale (ratione personae) dei capi di Stato in carica, negli Stati Uniti l’immunità dei funzionari stranieri è affidata alla common law e al peso determinante dell’esecutivo. Se il Dipartimento di Stato non riconosce un soggetto come capo di Stato, le corti tendono ad allinearsi. La difesa potrebbe tentare la via dell’immunità funzionale (ratione materiae), ma l’accusa sosterrà che narcotraffico e cospirazione criminale non sono atti sovrani. A rafforzare l’impianto accusatorio c’è la dottrina Ker-Frisbie, secondo cui per la giurisprudenza federale il modo in cui l’imputato viene condotto davanti al giudice non inficia la giurisdizione della corte. In parallelo, le norme federali sul narco-terrorismo prevedono esplicitamente l’estensione extraterritoriale quando le condotte colpiscono il mercato statunitense.

Le indagini non sono estemporanee. La Drug Enforcement Administration e la procura di Manhattan lavorano da oltre un decennio su flussi di cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti via Venezuela. Nel 2020 l’incriminazione formale accusò Maduro e altri alti funzionari di aver trasformato lo Stato in una piattaforma del narcotraffico, usando apparati militari e istituzionali come copertura.

I precedenti sono chiari. Nel 1989, con Manuel Noriega, le corti statunitensi respinsero l’immunità invocata da un leader non riconosciuto dall’esecutivo. Più recente, il caso di Juan Orlando Hernández ha mostrato come si costruisce un processo a New York contro un ex capo di Stato accusato di aver messo l’apparato statale al servizio del narcotraffico. In questo schema, la carica politica diventa un’aggravante, non uno scudo.

Se la linea di Trump e Rubio reggerà, il precedente sarà dirompente. Esso significherà che la sovranità non protegge chi Washington etichetta come narco-terrorista, e la legittimità di un leader può essere decisa anche fuori dalle urne. Come scrive Rutelli, “Maduro potrà denunciare un ‘sequestro imperialista’, ma per il giudice federale di Brooklyn non sarà un simbolo politico: sarà semplicemente l’imputato in un’aula di tribunale. E il diritto internazionale, ancora una volta, resterà fuori dall’aula”.

 

Perché New York può processare Maduro. Il precedente che cambia le regole del gioco

Dopo la cattura di Nicolás Maduro, la vera partita si gioca sul piano giuridico, come sottolinea un’analisi dell’Adnkronos firmata dal vicedirettore Giorgio Rutelli. L’operazione “Absolute Resolve” ha aperto una frattura profonda tra diritto internazionale e diritto federale statunitense, mettendo alla prova i limiti dell’extraterritorialità americana e il concetto stesso di sovranità

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