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Davvero un bel dilemma per la Cina, di quelli che possono far venire i capelli bianchi, a forza di cercare la soluzione. Mentre ancora il mondo si interroga sui possibili e reali effetti del collasso di Evergrande (di cui si parlerà quasi certamente al simposio della Fed a Jackson Hole), il Dragone è alle prese con l’ennesimo psicodramma. Per la verità atteso, ma ora che i nodi sono venuti al pettine, l’impressione è che i cinesi siano ancora una volta impreparati.

In questi mesi la Pboc, la Banca centrale cinese, ha mantenuto i tassi piuttosto bassi, quando non li ha tagliati (pochi giorni fa il tasso Lpr a un anno, che rappresenta il parametro di riferimento dei tassi più vantaggiosi che le banche possono offrire alle imprese e alle famiglie, è stato ridotto dal 3,55% al 3,45%). Questo essenzialmente per due motivi. Primo, consentire l’apporto di una maggior quantità di denaro nell’economia, per permettere di superare lo stallo della deflazione e rimettere in moto i prezzi, spingendo il potere d’acquisto dei cinesi e i consumi. Secondo, il vero motivo, tentare di ammorbidire ulteriormente la concessione di mutui, nella speranza di rianimare il settore immobiliare, che ancora oggi vale un terzo del Pil del Dragone.

Tutto molto giusto se non ci fossero di mezzo le banche. Sì, perché tenere fermi i tassi vuol dire anche comprimere i margini di un istituto che, si sa, guadagna sul costo del denaro prestato. Ed ecco il rovescio della medaglia, tentare si salvare mattone e consumi può voler dire mandare in malora parte del sistema finanziario. Le banche stesse se ne sono accorte, non facendo mancare il loro malumore. Come a dire, perché il sacrificio, se così lo si può chiamare, deve essere solo a carico degli istituti? Anche a Pechino la questione è stata posta.

Come ha affermato la stessa Pboc, in un recente rapporto di politica monetaria “ci vorrà un po’ di tempo prima che il rischio di prestito delle banche sia evidente e per questo gli istituti dovrebbero avere un certo ammontare di riserve finanziarie e di buffer di rischio”. Parole che sanno di avvertimento, della serie, tenersi pronti a uno stress sui margini, perché i tassi non risaliranno tanto velocemente. Le preoccupazioni per la redditività delle banche cinesi, per lo più di proprietà statale, sono state in ogni caso considerate un fattore centrale nella decisione di tenere i tassi fermi o di ridurli ancora.

Al punto che “le pressioni sui margini di interesse netti delle banche sono state una delle ragioni principali alla base del taglio dell’Lpr più contenuto del previsto”, hanno affermato lunedì gli analisti di Goldman Sachs, mentre gli omologhi di Morgan Stanley hanno sottolineato l’attenzione dei responsabili politici per i “forti cali” di tali margini. Insomma, Pechino è a conoscenza del problema. Bisogna capire se e come risolverlo.

In questi giorni, sia la Banca centrale cinese, sia l’Autorità di regolamentazione finanziaria hanno incontrato i dirigenti delle banche del Paese chiedendo loro uno sforzo per sostenere l’economia e la ripresa. Alla riunione pare abbiano preso parte anche funzionari di China Life Insurance e diverse Borse valori: oltre a parlare dei rischi del settore finanziario, di cui si è parlato poc’anzi, si è messo nel mirino anche il tema del debito dei governi locali, per quanto riferito dalla stessa People’s Bank of China (Pboc).

Banche o mattone? Il nuovo dilemma cinese

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