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Sorpresa: gli Stati Uniti sarebbero intenzionati a presentare la prima strategia internazionale per commercializzare l’energia da fusione nucleare alla prossima Conferenza Onu, scrive Reuters. È atteso a momenti l’annuncio di John Kerry, l’inviato speciale della Casa Bianca per il clima, che è a Boston in compagnia dell’ad di Eni Claudio Descalzi. Nulla di bizzarro, anzi: i due sono in visita alla Commonwealth Fusion System, spin-out del Massachusetts Institute of Technology e controllata dal Cane a sei zampe, che attualmente è tra le favorite nella corsa per dimostrare la fattibilità della fusione entro il decennio.

Dai pochi dettagli emersi emergono i contorni di un piano ambizioso, il primo del suo genere, che prevede la commercializzazione nel giro di anni e non decenni. “Alla Cop28 avrò molto altro da dire sulla visione degli Usa per i partenariati internazionali per un futuro inclusivo dell’energia di fusione”, ha dichiarato Kerry in un comunicato, spiegando che decenni di investimenti federali stanno trasformando la fusione da esperimento a “soluzione emergente per il clima”.

Secondo Reuters, che cita un addetto ai lavori, la strategia statunitense si concretizzerà in un quadro che definisce i piani per la diffusione globale della tecnologia, disegnata in modo da ottenere il sostegno di partner internazionali. Un passo storico, che fa seguito al primato dello scorso dicembre – quando alla National Ignition Facility in California gli scienziati hanno raggiunto il guadagno netto di energia da una reazione di fusione – e a un aumento dell’attenzione verso questa tecnologia, sia da investitori privati, sia dal governo Usa, che a inizio anno ha separato gli ambiti della fissione e della fusione (anche per incoraggiare gli investimenti).

Tutto fa pensare che per tramite di Eni, che sta lavorando su quattro progetti pilota per la fusione (quello con Cfs è uno di questi), l’Italia possa tornare a essere un attore di rilievo alla frontiera dello sviluppo dell’energia nucleare. È passato quasi un secolo da quando il padre della fissione Enrico Fermi pose le basi per la generazione di energia dagli elementi radioattivi, prima in via Panisperna a Roma, poi nel seminterrato dell’Università di Chicago.

Le potenzialità teoriche della fusione nucleare sono ciò che portano gli scienziati a definirla il “sacro Graal” dell’energia. La tecnologia promette di ottenere quantità immense di energia sicura, pulita, senza rifiuti e a basso costo, innescando il processo che tiene acceso il Sole. L’accesso alla fusione ha dei vantaggi talmente innegabili che il progetto Iter, il maxi-consorzio internazionale per costruire un reattore da fusione dimostrativo, è un’impresa di collaborazione scientifica seconda solo alla Stazione spaziale internazionale in termini di investimenti.

Ci sono anche gli Usa (e anche Cina, Corea del Sud, Giappone, Russia e Ue) tra i Paesi che lavorano sulla costruzione di Iter, che sta scontando forti ritardi tra complessità tecnologiche e shock esterni. Nel frattempo, però, 43 realtà private e più agili hanno attratto 6,2 miliardi di dollari in finanziamenti puntando su reattori più piccoli, innovativi e di più facile costruzione e promettendo di allacciare alla rete elettrica il primo reattore a fusione in tempi molto più rapidi. In testa c’è Cfs, che vuole dimostrare il suo reattore Sparc nel 2025. Che Washington creda che sia arrivato il “momento SpaceX” della fusione?

Nucleare, arriva un piano Usa per commercializzare la fusione

L’inviato speciale per il clima Kerry annuncerà il progetto durante una visita a Commonwealth Fusion Systems, la controllata di Eni all’avanguardia nel settore della fusione nucleare. Il piano, che verrà presentato alla Cop28, prevede la commerciabilità entro pochi anni e si baserà sulle collaborazioni internazionali. E tutto fa pensare che Washington voglia puntare alle realtà piccole e agili

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