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Più che una cortina di ferro, una cortina rossa. Rosso cinese. Da mesi, ormai, il dibattito sulla penetrazione del Dragone nell’economia reale, a volte in modo più subdolo, quasi carsico, a volte più platealmente e con una buona dose di muscoli, ha ripreso vigore. Il punto di caduta, però, è sempre lo stesso: la convinzione, piuttosto profonda, che gli investimenti cinesi nella lunga distanza, comportino più rischi che benefici. Insomma, che non ne valga la pena. In Italia, l’allerta è tornata alta, come dimostra l’imminente indagine del Copasir, svelata da questo giornale, sugli investimenti cinesi nel Paese.

Anche nel resto del mondo, quello occidentale almeno, la percezione non cambia. Ne è convinto anche Anatoly Motkin, presidente dello StrategEast Center for a New Economy. Il quale, dalle colonne del Washington Post, racconta come “in Occidente, i rischi per la sicurezza associati alla tecnologia cinese, tra cui backdoor, spionaggio ed esposizione dei dati, hanno dominato i dibattiti politici. Ma una dimensione più insidiosa è stata in gran parte trascurata. Per esempio il fatto che questi contratti di telecomunicazioni con aziende cinesi rappresentano, in pratica, il primo passo verso la trasformazione di un Paese in un satellite tecnologico di Pechino. Io la chiamo la cortina di silicio (minerale di cui la Cina è pressoché monopolista nel mondo, ndr)”.

Il parallelismo con l’era sovietica viene quasi spontaneo. “Sebbene la cortina di ferro fosse un confine geografico che separava due sistemi incompatibili durante la Guerra Fredda, la divisione della cortina di Silicio è meno definita. Piuttosto che una linea su una mappa, è definita dalle decisioni in materia di appalti, che includono i fornitori incaricati di costruire la rete 5G di una nazione, la piattaforma che ospita i dati governativi e i prestiti per finanziare le infrastrutture digitali”, rileva Motkin.

“Come nel caso della cortina di ferro, da una parte si riscontra una governance trasparente, standard aperti e mercati competitivi, dall’altra, quella cinese, il controllo statale, un’architettura di sorveglianza, finanziamenti opachi e l’uso sistematico della corruzione per acquisire posizioni di mercato. La differenza rispetto alla cortina di ferro è che i Paesi hanno la libertà di scegliere da che parte schierarsi. Stipulare contratti con fornitori cinesi come Huawei è indubbiamente allettante. Queste aziende forniscono infrastrutture di telecomunicazione a prezzi inferiori del 30-40% rispetto ai concorrenti occidentali, e il tutto è finanziato dal governo cinese. Il problema è che questo sconto non è affatto altruistico. Piuttosto, è un astuto stratagemma per imporre la dipendenza da un’infrastruttura nazionale critica”.

Insomma, “l’iniziativa detta Via della Seta è volutamente opaca. I suoi progetti vengono resi pubblici solo dopo la selezione degli appaltatori, i termini dei prestiti sono raramente divulgati e la legge cinese contro la corruzione internazionale viene applicata di rado. Il risultato è una scia globale di progetti problematici. E poiché diverse aziende cinesi sono state escluse dalla Banca mondiale per frode, i finanziamenti provengono interamente da banche statali cinesi. E dunque, se la corruzione è la porta d’accesso alla cortina di silicio, la dipendenza ne è la serratura. Una volta che un governo stipula un contratto con un fornitore, è costretto a dipendere esclusivamente dalla Cina per attrezzature, competenze e finanziamenti”.

Non è finita. C’è un’altra forma di dipendenza, secondo Motkin. “Quella dei finanziamenti, che intrappola i Paesi con debiti esorbitanti, spesso tenuti segreti all’opinione pubblica. I prestiti statali cinesi prevedono tassi di interesse elevati che possono facilmente annullare qualsiasi sconto sull’acquisto di hardware. Il Nicaragua, ad esempio, deve pagare fino al 50% di interessi e commissioni sui prestiti. Per un programma da 10 miliardi di dollari, questo può tradursi in un onere aggiuntivo di 2-4 miliardi di dollari in 20 anni. Quando lo Zambia è andato in default nel 2020, la sua esposizione al debito cinese era più del doppio della cifra ufficialmente dichiarata, poiché le clausole di riservatezza avevano impedito al governo di divulgare le proprie passività”. Non basta?

Cina

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