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I nuovi test missilistici balistici condotti dall’Iran il 22 dicembre erano pensati per essere visti, creare attenzione, dunque mandare un messaggio. A sei mesi dalla breve ma intensa guerra di giugno con Israele e Stati Uniti, la “Guerra dei 12 giorni”, Teheran segnala che la propria deterrenza non solo resiste, ma è in fase di ricostruzione. E ciò che preoccupa sempre di più Israele e Washington, però, non è soltanto l’intenzione iraniana, quanto i canali esterni che rendono possibile questa ripresa — con la Cina che emerge come fattore chiave, seppur discreto.

Secondo Tuvia Gering, ricercatore del progetto Global China dell’Atlantic Council e attentissimo analista del ruolo cinese in Medio Oriente, qualsiasi valutazione sul ruolo di Pechino deve partire da una premessa metodologica. “Poiché questi trasferimenti avvengono spesso in modo clandestino, ci basiamo su briefing di intelligence e su resoconti mediatici difficili da verificare in modo indipendente”, spiega. Detto questo, il quadro che emerge non è quello di forniture dirette di armamenti, ma di un utilizzo sistematico della zona grigia delle tecnologie dual-use. Una dimensione enorme, nota quanto plausibilmente negabile.

Al centro di questa zona grigia ci sono componenti industriali con applicazioni civili e militari Per esempio, i planetary mixers — nei giorni scorsi oggetto di una indiscrezione su un carico intercettato diffusa dalla Radio Miltiare Israeliana — sono utilizzati nell’industria farmaceutica e chimica, ma sono anche essenziali per la produzione di propellente solido per missili balistici. “Sono l’esempio classico di tecnologia dual-use”, osserva Gering. “Indispensabili per beni civili primari come farmaci e adesivi, ma anche cruciali per la miscelazione del carburante solido dei razzi”.

Questa ambiguità funzionale rende più semplice aggirare i controlli commerciali. “Etichettandoli in modo improprio, per esempio come attrezzature per la lavorazione alimentare, aziende private possono tentare di bypassare le barriere”, spiega Gering. Formalmente, la legge cinese sull’export control impone licenze stringenti e procedure di “Know Your Customer” (con dichiarazioni da compilare su chi è l’end-user delle esportazioni), ma nella pratica l’applicazione di queste norme è condizionata dalla struttura del sistema industriale cinese.

“Nell’industria pesante la distinzione tra aziende private e Stato-partito è spesso sfumata o inesistente”, sottolinea l’esperto. Per questo motivo, aggiunge, “è altamente improbabile, anche se non impossibile,  che un’esportazione significativa di questo tipo dalla Cina all’Iran avvenga senza una tacita approvazione o quantomeno senza che il governo cinese ne sia a conoscenza”.

Resta allora da capire perché Pechino dovrebbe tollerare o facilitare indirettamente questi flussi. La risposta, nella lettura di Gering, va cercata più nella logica strategica regionale che nella dimensione economica immediata. “Dopo la guerra di dodici giorni con Israele e gli Stati Uniti, le capacità militari iraniane sono state significativamente ridotte. Molti analisti cinesi ritengono che un Iran gravemente indebolito favorisca ulteriore instabilità”.

In questo contesto, contribuire alla ricostruzione di una deterrenza iraniana minima non significherebbe alimentare l’escalation, ma piuttosto ridurre l’incentivo a nuovi attacchi preventivi. “Fornendo componenti per ricostruire i programmi missilistici”, spiega Gering, “Pechino potrebbe puntare a riportare la deterrenza iraniana a un livello tale da scoraggiare ulteriori attacchi e mantenere aperta la possibilità di una soluzione diplomatica”.

La sicurezza energetica, spesso indicata come il principale driver della politica cinese verso l’Iran, resta sullo sfondo? “La sicurezza energetica è un corollario della sicurezza regionale”, chiarisce Gering. Perché per Pechino, l’obiettivo prioritario è evitare un ciclo di escalation che destabilizzi il Medio Oriente e produca shock sistemici — economici e strategici — con effetti ben oltre la regione.

Letti in questa chiave, i test missilistici del 22 dicembre non sono solo una provocazione regionale o un segnale diretto a Israele. Riflettono una fase più profonda della competizione regionale, in cui la deterrenza si ricostruisce attraverso filiere industriali, tecnologie dual-use e rotte marittime. La Cina non compare come protagonista dichiarata, ma come abilitatore silenzioso di un equilibrio che considera preferibile all’alternativa: un Iran troppo debole, una regione più instabile e un maggiore margine di manovra per Washington.

Perché la Cina sta facilitando in silenzio il ritorno missilistico dell’Iran? Risponde Gering

I test missilistici iraniani del 22 dicembre si inseriscono in una fase di ricostruzione della deterrenza di Teheran, resa possibile anche da filiere esterne di tecnologie dual-use. Tuvia Gering (Acus), spiega come la Cina non agisca come fornitore diretto, ma come abilitatore silenzioso, spinta da una logica di riequilibrio regionale più che da meri interessi energetici

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