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Marco Rubio è arrivato in Vaticano con una parola ricorrente nei comunicati e nei colloqui: pace. La stessa che attraversa gli incontri con Papa Leone XIV e con il cardinale Pietro Parolin, in una due giorni che vedrà il segretario di Stato americano muoversi tra diplomazia politica e diplomazia vaticana per ricucire un dialogo che negli ultimi mesi si è complicato lungo l’asse Washington-Roma-Santa Sede.

Le tensioni legate agli attacchi di Donald Trump al Pontefice, il ruolo internazionale crescente del Vaticano nei dossier di guerra e la posizione dell’Italia di Giorgia Meloni dentro gli equilibri occidentali fanno da sfondo a una missione che punta ufficialmente a “sforzi per una pace duratura”, con particolare attenzione al Medio Oriente. Anche Rubio, sui social, dopo l’incontro con il Santo Padre ha parlato di “impegno comune per la pace e la dignità umana”.

In questo scenario Formiche.net ha intervistato Massimo Franco, giornalista e analista del Corriere della Sera, autore del libro Papi, dollari e guerre. Il potere dell’America in Vaticano dai tabù del passato a Leone XIV (Solferino).

Franco, che significato assume oggi la missione italiana di Rubio alla luce dell’incontro in Vaticano, dei richiami espliciti alla pace e delle tensioni politiche che attraversano l’Occidente?

È un viaggio fortemente condizionato dai margini di manovra che Rubio ha all’interno della Casa Bianca. Lui, rispetto ad altri esponenti dell’amministrazione americana, si era esposto meno sugli attacchi al Papa e questo oggi gli consente di apparire come una figura più equilibrata e meno urticante. Però resta da capire quale sia il mandato ricevuto da Trump. Il fatto stesso che sia stato inviato in Italia e in Vaticano significa che Washington ha compreso la necessità di riaprire un canale politico e diplomatico.

L’ombra degli attacchi di Trump e Vance al Papa continua a pesare?

Sì, resta eccome. I rapporti tra Stati Uniti e Vaticano sono in una fase di ridefinizione profonda. È una transizione fortemente influenzata dalla personalità di Trump. Paradossalmente, proprio gli attacchi del presidente americano hanno contribuito ad alzare il profilo internazionale del Papa. Prima si tendeva a descrivere Leone come un pontefice dal profilo basso; Trump, attaccandolo, ne ha rafforzato il ruolo simbolico e politico.

Che effetto hanno avuto queste tensioni su Giorgia Meloni, anch’essa oggetto degli attacchi del tycoon?

Nel breve periodo, Trump le ha fatto quasi un favore. L’ha spinta verso un ancoraggio europeo più netto di quanto apparisse in precedenza. Va detto con chiarezza: è Trump che ha rotto con Meloni, non il contrario. Questo oggi la mette in una posizione di forza nei confronti degli alleati europei, perché la consolida come interlocutrice affidabile.

Anche sul piano interno?

Sì. Meloni può sostenere di aver tenuto ferma l’alleanza con gli Stati Uniti e che, eventualmente, sono stati gli americani a cambiare atteggiamento. Sul piano elettorale, perfino essere stata attaccata da Trump può trasformarsi in un vantaggio. Naturalmente le opposizioni le ricorderanno i rapporti privilegiati coltivati in passato con il mondo trumpiano, ma i problemi veri per la presidente del Consiglio arrivano più dalle crepe nella maggioranza che dalle polemiche internazionali.

Il pontificato di Leone ha spiazzato il mondo Maga?

Molto. Papa Leone ha sorpreso il mondo Maga e l’attacco americano all’Iran lo ha spiazzato ancora di più. Trump aveva promesso di non fare guerre ma di risolverle. Oggi, invece, non solo gli Stati Uniti fanno le guerre, ma non riescono neppure a vincerle. Questo crea contraddizioni profonde anche dentro il fronte conservatore americano.

E il tema della pace, oggi al centro dei colloqui in Vaticano, come si inserisce in queste contraddizioni?

Negli Stati Uniti il dibattito è apertissimo. Gli attacchi al Papa costringono persino i settori più trumpiani a manifestare solidarietà nei confronti del pontefice, e questo vale anche per parte del mondo protestante. In Italia, invece, i cattolici rappresentano una realtà molto variegata e oggi poco influente dal punto di vista politico.

Alla fine questa visita può davvero ricucire il rapporto tra Washington e Vaticano?

Io non credo alle rotture definitive tra Stati Uniti e Vaticano. L’elemento positivo è che gli americani abbiano capito di dover fare qualcosa per rientrare in una dialettica di rapporti normalizzata.

I legami Usa-Vaticano resisteranno. Meloni? Trump le ha fatto un favore. Parla Massimo Franco

Rubio in Vaticano tra Leone XIV e Parolin con la pace come asse dei colloqui. Per l’editorialista del Corriere, Massimo Franco è un segnale politico importante, ma dagli esiti ancora da chiarire fino in fondo: “Io non credo alle rotture definitive tra Stati Uniti e Vaticano. L’elemento positivo è che gli americani abbiano capito di dover fare qualcosa per rientrare in una dialettica di rapporti normalizzata”, racconta a Formiche.net

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