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La Russia sperimenta una nuova forma di spionaggio “a bassa intensità” che utilizza cittadini occidentali come esecutori indiretti. Una strategia coerente con la guerra ibrida e pensata per aggirare la deterrenza, complicare la risposta giudiziaria e colpire la coesione interna delle democrazie. Un campanello d’allarme anche per l’Europa. L’inchiesta pubblicata dal Times segna un passaggio rilevante nella comprensione delle attività ostili russe in Occidente. Non si tratta più – o non solo – di agenti sotto copertura diplomatica o di reti clandestine tradizionali, ma di cittadini comuni reclutati come “proxy” per svolgere compiti operativi limitati, ma strategicamente significativi. Fotografare obiettivi sensibili, monitorare infrastrutture, raccogliere informazioni ambientali, compiere atti di disturbo o sabotaggio a bassa intensità: azioni che, prese singolarmente, appaiono marginali, ma che nel loro insieme producono pressione sistemica sulla sicurezza interna.

È un modello che riduce drasticamente i costi politici e operativi per l’attore ostile e aumenta la cosiddetta “plausible deniability”. Il modello di spionaggio adottato è quello di trasformare i civili in strumenti di intelligence, e ciò può rappresentare il vero punto di forza di questa strategia, ovvero la sua apparente semplicità.

Va evidenziato che i civili reclutati non hanno precedenti nei servizi di sicurezza, non possiedono profili “classici” da spia e operano spesso senza piena consapevolezza del quadro strategico in cui sono inseriti. Il reclutamento avviene quasi esclusivamente online, tramite piattaforme di messaggistica criptata e ambienti digitali opachi, facendo soprattutto leva su incentivi economici, motivazioni ideologiche, disagio sociale o marginalità, fascinazione per narrazioni anti-sistema. In questo modo lo spionaggio riesce a mimetizzarsi nel contesto sociale in cui opera, rendendo molto più complessa l’attività di prevenzione e controintelligence. In questo modo è altresì possibile migrare facilmente dalle azioni di raccolta informativa a quelle di sabotaggio “negabile”, ovvero difficilmente attribuibili ad una “regia” rispetto ad un’altra. Secondo quanto emerge dai casi investigativi britannici, l’impiego dei proxy segue una progressione oltremodo chiara: i compiti informativi sono molto semplici, il supporto logistico viene finanziato, le azioni da condurre sono quasi sempre dimostrative o intimidatorie e i sabotaggi sono sostanzialmente limitati, ma simbolicamente rilevanti. Il livello del successo delle operazioni non si basa sostanzialmente sul danno materiale inflitto alla vittima, ma soprattutto nell’effetto psicologico e politico che può produrre: creare insicurezza diffusa, minare la fiducia nelle istituzioni, trasmettere l’idea di una vulnerabilità interna determina il vero successo dell’operazione condotta.

È una logica tipica della guerra ibrida, in cui l’obiettivo non è la conquista territoriale ma l’erosione della resilienza democratica. Il Regno Unito per fronteggiare questo nuovo pericolo sta attuando un rafforzamento del quadro normativo e operativo contro le cosiddette “state threats”. Il nuovo impianto legislativo consente di colpire chi assiste servizi di intelligence stranieri anche al di fuori delle forme classiche di spionaggio, anche se il problema resta strutturale. Le attribuzioni delle responsabilità risultano particolarmente complesse e la conduzione di attività di prevenzione risultano difficili in ambienti digitali particolarmente fluidi. Il bilanciamento tra sicurezza e libertà civili è sempre più delicato, e la controintelligence si muove in una zona grigia permanente, dove l’errore – per eccesso o per difetto – può produrre costi elevati. Anche per l’Europa ciò può rappresentare un problema da affrontare. Il caso britannico non è isolato e va valutato come una possibile anticipazione di ciò che può manifestarsi in altri Paesi europei, soprattutto dove la polarizzazione sociale è alta, la cultura della sicurezza è debole e il dibattito pubblico è esposto a campagne di disinformazione. Per l’Unione europea la sfida è duplice: per ogni singolo Paese si tratta di rafforzare le capacità di intelligence e controintelligence rafforzandole maggiormente verso l’ecosistema digitale che ci avvolge, ma al tempo stesso investire maggiormente sulla resilienza sociale, sulla consapevolezza digitale e sulla protezione dello spazio cognitivo.

Conclusione

L’elemento più rilevante che emerge dall’inchiesta non è solo l’attivismo russo, ma il cambio di paradigma dello spionaggio contemporaneo. Il conflitto tra Stati si sta sposta dalle ambasciate alle piattaforme digitali, dagli agenti professionisti ai cittadini comuni, dalle operazioni segrete alle fragilità sociali. In questo scenario, la sicurezza nazionale non è più una questione esclusiva degli apparati, ma una responsabilità sistemica che coinvolge istituzioni, società e spazio informativo. Ed è proprio qui che si giocherà una parte decisiva delle sfide strategiche dei prossimi anni. È la società il nuovo fronte.

Dallo spionaggio ai proxy civili. Come cambia la minaccia russa nel cuore dell’Occidente

Di Antonio Teti

La recente inchiesta del Times pubblicata in questi giorni sul reclutamento di cittadini britannici da parte dell’intelligence russa rivela una trasformazione profonda delle operazioni clandestine: meno agenti professionisti, più civili ingaggiati online per attività di sorveglianza, sabotaggio e destabilizzazione. L’analisi di Antonio Teti, professore dell’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara

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