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Vantaggi per la salute della persona, ma anche per la tenuta dei bilanci del Servizio sanitario nazionale. I test di screening per la prevenzione primaria e la diagnosi precoce dei tumori non devono più essere considerati come un costo, bensì come un investimento, capace di migliorare la qualità della vita dei pazienti e limitare le spese per ricoveri e assegni di invalidità. L’Italia ha all’attivo campagne di screening per il tumore al seno, colon retto, cervice uterina, ma molto si deve ancora fare, come ad esempio per il polmone. A concentrare l’attenzione sui benefici e la necessità di rendere omogenea l’offerta in tutte le Regioni, è stato l’incontro, promosso da Fondazione Roche e Formiche, nell’ambito del forum “Tutto nella norma”, dedicato ai temi della salute, giunto alla seconda edizione. Fra i relatori, il presidente della Fondazione Roche, Mariapia Garavaglia, il direttore del dipartimento e della divisione di Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, Filippo de Braud, il direttore del Eehta-Ceis di Roma “Tor Vergata”, Francesco Saverio Mennini, il professore associato di psicologia clinica e dinamica dell’Università degli Studi di Milano, Carlo Alfredo Clerici, il delegato di Salute Donna Onlus, Roberto Mazza, la psicologa clinica, Laura Veneroni, e l’assistente sociale, Silvia Bettega. Un confronto tra accademia e politica, con la partecipazione dei parlamentari Ignazio Zullo, Elena Bonetti, Vanessa Cattoi e Ylenja Lucaselli.

La salute di uno è meglio per tutti

La scarsa informazione, o peggio, la circolazione di fake news sui temi della salute, rischia di allontanare le persone dall’adesione alle campagne di screening. A ricordarlo in apertura è stata Mariapia Garavaglia. “Il tema della prevenzione – ha spiegato – non lo applichiamo né per le emergenze catastrofiche né per le esigenze personali, tuttavia, se evitiamo il malanno, i costi sono minori. Se la persona sa di essere a rischio è bene che si controlli, se non è a rischio, ha però il diritto ad accedere allo screening se c’è un presentimento. Più precoce è, infatti, la diagnosi, e più ci sarà successo nella terapia perché un cittadino che sta meglio, fa stare meglio la comunità”. In questo percorso, rivestono un ruolo importante il coraggio e la paura.

Le tecnologie più avanzate in aiuto

La pandemia ha dato un duro colpo alle principali campagne di prevenzione oncologica. Addirittura è stato stimato un calo del 20% degli screening che ha causato un aumento delle diagnosi in fase avanzata. Per Filippo De Braud, l’attenzione alla prevenzione non dovrebbe mai mancare perché alcuni screening, come ad esempio quello per il colon retto, che comporta l’individuazione di polipi intestinali, permettono di ridurre i rischi dell’evoluzione in tumore maligno. Per l’esperto, si può fare ancora di più. In primo luogo, gli screening non andrebbero eseguiti negli ospedali ma in strutture separate, e poi la formazione dovrebbe partire già nelle scuole o negli studi dei medici di medicina generale. L’innovazione tecnologica ci offre inoltre la possibilità di effettuare test più efficaci e meno invasivi, come ad esempio l’esame del sangue basato sull’analisi di microRNA per il tumore al polmone. “Questi esami ci permetteranno di arrivare prima – ha detto il professore – ma rappresentano indagini costose. Dobbiamo trovare il modo di dire alla politica che investire nella tecnologia significa risparmiare”. Dello stesso avviso è Francesco Saverio Mennini che ha ricordato come fino a dieci anni fa, i decisori politici fossero convinti che i programmi di screening generassero alti costi, mentre oggi la situazione è migliorata. “La presa in carico però – ha sottolineato – non è uguale in tutto il Paese. Alcune Regioni sono rimaste indietro. Ci sono tanti pazienti a cui viene diagnosticata la patologia in ritardo. Ciò comporta il dover affrontare costi più elevati per terapie, ricoveri e un incremento delle disabilità. I risultati sono inequivocabili anche dal punto di vista dell’impatto economico: accedere agli screening è un vantaggio anche per il cittadino. Sarà necessario continuare a informare perché lo screening è un investimento e non un costo”.

La politica a lavoro

Mettere tutti i cittadini nelle condizioni di effettuare gli screening è infine la sollecitazione per la politica. Da Ignazio Zullo giunge la proposta di allocare una parte del fondo sanitario nazionale per l’esecuzione degli screening. “In questo modo – ha detto – le somme non vengono disperse per altri fini dalle aziende sanitarie”. Per Elena Bonetti, il tema della prevenzione oncologica è cruciale e per questo occorre impegnarsi per colmare le lacune lasciate negli anni della pandemia. “Faccio appello – ha ribadito – affinché la riforma costituzionale e dell’autonomia differenziata siano controbilanciate da una organizzazione coerente delle Regioni, perché altrimenti il rischio è di amplificare le diseguaglianze”. Il Parlamento è al lavoro su varie iniziative legislative per migliorare l’accesso alla prevenzione, anche con il sostegno dei pazienti, come suggerisce Vanessa Cattoi, che è anche coordinatrice dell’intergruppo parlamentare “Insieme contro il cancro”. “Dalle associazioni – ha osservato – emerge la necessità di essere coinvolte nei tavoli istituzionali e di avere un punto di riferimento specifico nelle figure come lo psicologo competente”. Infine per Ylenja Lucaselli, la parola consapevolezza fa la differenza. Vorrei – ha ribadito – che rimanesse la consapevolezza che quando si parla di screening, c’è bisogno del supporto a 360 gradi di tutti a partire dalle Regioni. Una donna del Nord ha più possibilità di vita di una donna del Sud, lo trovo ingiusto e terrificante. Abbiamo la consapevolezza che possiamo fare di più e meglio ma abbiamo bisogno di un supporto delle Regioni e da tutte le associazioni che conoscono quello che accade nel mondo reale”.

Paure da affrontare, non nascondere

Della soggettività dei comportamenti espressi dall’individuo posto di fronte a situazioni inaspettate e sconosciute ha parlato Carlo Alfredo Clerici. “Grazie alla diagnosi precoce – ha osservato – la persona si accorge e capisce di essere malata, un dato per la psiche umana assolutamente difficile da accettare”. E oltre al coraggio, secondo Laura Veneroni, è importante accompagnare il paziente nel percorso affrontando anche il tema della paura. “A volte – ha spiegato – il comportamento delle persone si discosta dai modelli teorici. Una diagnosi, per quanto precoce, può avere un impatto traumatico, come un evento catastrofico. La scelta di conoscere un dato che ci può cambiare la vita non segue solo logiche razionali e non sempre si può fare da soli. Serve un accompagnamento. Le persone hanno bisogno di non sentirsi da sole, di ricostruire il senso della vita”. Delle esperienze sul campo che invitano a riflettere sulla complessità del contesto in cui la persona vive ha parlato Silvia Bettega. “Negli ultimi venti anni – ha ricordato – ho visto cambiare la società, ci sono molti separati o che decidono di non avere figli. Occorre tener conto della complessità sociale a cui dobbiamo fare riferimento per cercare di aiutare le persone più fragili”. A ricordare che anche se tempestiva, la diagnosi è capace di gettare la persona nell’angoscia è stato Roberto Mazza, che ha rimarcato il fattore prognostico della solitudine. “Il paziente che vive solo – ha evidenziato – vive meno di chi è sostenuto”.

Francesco Saverio Mennini, Flavia Giacobbe, Filippo De Braud

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