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Con il passare delle ore la situazione in Russia sembra tornare ad un’apparente tranquillità. Nel mattino l’aere privato di Yevgeny Prigozhin, con il suo illeso proprietario a bordo, è atterrato all’aeroporto di Minsk; poche ore dopo, i servizi di sicurezza federali (noti con l’acronimo Fsb) hanno lasciato cadere ogni accusa verso Prigozhin e i suoi uomini, secondo quanto pattuito nell’accordo tra il leader di Wagner e le autorità russe mediato dal presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko. Mentre circola la notizia (forse fasulla e appositamente inventata) che il gruppo Wagner consegnerà all’esercito le sue armi pesanti. Eppure, qualcosa si è rotto definitivamente.

Secondo Marie Dumoulin, direttrice del programma “Wider Europe” dell’European Council on Foreign Relations, il fenomeno Wagner per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi è destinato a tramontare. Le importanti risorse governative di cui poteva disporre fino ad oggi difficilmente gli saranno nuovamente concesse. Inoltre, fino ad ora il nucleo delle operazioni del gruppo era rappresentato dalla protezione fornita a governi africani più o meno democraticamente eletti. Dopo aver compiuto un atto che rasenta il colpo di stato, è difficile pensare che i leader stranieri continuino a riporre fiducia nella compagnia di Prigozhin. Affinché Wagner sopravviva, saranno necessari cambiamenti drastici.

L’accademica francese sottolinea a Formiche.net come le leggi della Federazione Russa non forniscano una base giuridica per l’esistenza di Private Military Companies sul suo territorio (dove anzi sarebbero illegali secondo quanto prescritto nella costituzione). Fino ad ora i rapporti esclusivi tra Prigozhin e Putin avevano permesso a Wagner di essere al di sopra della legge; così come la presunta cooperazione tra la compagnia di contractors e il Gru (servizio di informazioni delle Forze Armate Russe), che permetteva di svolgere operazioni all’estero con un certo grado di plausible deniability.

Ma adesso il presidente russo si ritrova con un’autorità politica che è stata minacciata in modo diretto e radicale: l’utilizzo della coercizione violenta, costruita proprio grazie alla connivenza dell’inquilino del Cremlino, per esprimere dissenso verso il regime putiniano rende la “Marcia per la Giustizia” di Prigozhin un unicum. O almeno, lo rende tale fino ad ora. Il divide et impera applicato alla dimensione del monopolio della forza è una costante nella Russia degli ultimi venti tre anni. Il fatto che Putin abbia deciso di arrivare ad un compromesso davanti ad una minaccia “violenta” potrebbe volente o nolente aver aperto la strada ad ulteriori e ben più spinose sfide. Pur non essendo un vero e proprio insider del cerchio magico del Cremlino, Prigozhin era un personaggio considerato come vicino da Putin (che infatti proprio per questa vicinanza lo ha accusato di “tradimento”).

Tuttavia non è solo l’autorità del presidente russo ad essere stata messa in discussione: con la sua “protesta cingolata”, il capo di Wagner ha anche rotto il senso di stabilità e sicurezza di cui il presidente, eletto all’indomani di quell’ultimo decennio del ‘900 che in Russia ha visto emergere tante minacce al potere costituito, si faceva garante. Neanche la guerra in Ucraina (anche grazie agli artifizi propagandistici del caso) era riuscita a rompere quest’atmosfera così come ce l’ha fatta la colonna guidata da Prigozhin.

“Non mi aspetto che questi eventi abbiano un impatto diretto sulle operazioni in Ucraina, ma probabilmente influenzeranno il morale dell’esercito russo e potrebbero persino portare a mettere in discussione la loro fedeltà alla leadership politica. Prigozhin ha espresso preoccupazioni riguardo agli obiettivi e alla condotta dell’operazione militare speciale. Queste preoccupazioni sono probabilmente condivise da una parte dell’esercito russo”, conclude la studiosa.

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