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Nella corsa a regolamentare l’intelligenza artificiale, sull’onda delle esortazioni che arrivano (anche) dalle stesse aziende che la sviluppano, l’Unione europea è intenzionata a dettare la linea. Settimana prossima, la bozza dell’AI Act – che potrebbe diventare il nuovo standard globale sulla gestione del rischio delle applicazioni IA – sarà sottoposta all’assemblea plenaria del Parlamento europeo. Contemporaneamente Bruxelles lavora con Washington (più i partner G7, India e Indonesia) per presentare un codice di condotta universale e assicurarsi che lo sviluppo dell’IA corra su binari democratici.

Tuttavia, anche nel migliore dei casi, le future leggi sull’IA non entreranno in vigore prima di qualche anno. E nel mentre stanno già emergendo i rischi legati a questa tecnologia, a partire dalla distorsione della realtà e passando dalla disinformazione intenzionale. Basti ricordare la tempesta di confusione sui social generata dalle immagini di papa Francesco che indossa un cappotto Balenciaga, o dell’arresto di Donald Trump, o anche la “nuova canzone” di Drake e the Weeknd. Tutti prodotti sintetici dell’IA generativa, che però posso passare per contenuti veritieri e originali.

È facile intuire il potenziale impatto sulla società: “Oggi è per lo più ancora un gioco, ma domani potrebbe comparire un porno fasullo con un candidato [politico]”, ha detto a Brussels Playbook un funzionario che sta lavorando al dossier. E mentre si definiscono le regole del futuro, la Commissione europea vuole riempire il vuoto. Per questo lunedì la vicepresidente Věra Jourová e il commissario al mercato interno Thierry Breton hanno incontrato i rappresentanti delle quaranta aziende che hanno sottoscritto il Codice di condotta volontario in materia di disinformazione, tra cui figurano realtà come Microsoft, Google, Meta e TikTok – ma non Twitter, che si è ritirata la settimana scorsa.

Durante l’incontro, ha spiegato Jourová in conferenza stampa, la Commissione ha chiesto ai firmatari del Codice di creare una sezione che affronti il rischio di disinformazione generata dall’IA. L’idea di fondo è che le aziende che integrano questa tecnologia nei loro servizi – come Bing Chat di Microsoft, che utilizza i prodotti di OpenAI, e la rivale Bard di Google – dovrebbero anche “costruire le necessarie salvaguardie affinché questi servizi non possano essere usati da attori malintenzionati per generare disinformazione”. Controlli interni, ma anche sistemi in grado di riconoscere il contenuto generato da un’IA a posteriori.

Tra le richieste della Commissione spicca quella di “etichettare chiaramente” i servizi in grado di generare contenuti sintetici o disinformazione. Non si tratta di una pratica obbligatoria, almeno per ora, dato che fa parte del Codice di condotta volontario. Ma la Commissione punterebbe a inserirlo nel Digital Services Act, il maxi-pacchetto legge sui servizi digitali – con una serie di pesanti restrizioni per le grandi piattaforme online – che entrerà in vigore il prossimo agosto in Ue. E come ha annunciato Breton, presto dovrebbe arrivare un Patto per l’intelligenza artificiale che colmerà in maniera più completa gli anni che intercorrono tra l’approvazione e l’entrata in vigore delle leggi.

È appunto sulle grandi piattaforme che si corre il rischio di amplificare disinformazione generata dall’IA. Parlando dell’uscita di Twitter dal Codice di condotta volontario, Jourová ha commentato che l’azienda di Elon Musk ha “scelto la via più difficile: ha scelto lo scontro”. Il social ha attirato molta attenzione su di sé, dunque “le sue azioni e la sua conformità con la legislazione dell’Ue saranno esaminate con forza e urgenza”. Del resto, “se Twitter vuole operare e fare soldi nel mercato europeo deve rispettare le nostre norme e prendere le misure appropriate”, ha puntualizzato la vicepresidente, indicando le sfide del momento – come l’azione di disinformazione russa per “compromettere il sostegno dei nostri cittadini per l’Ucraina e ridurre la fiducia nella democrazia”.

Immagine: European Union, 2023

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