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Ferve, di nuovo, il dibattito sulle riforme costituzionali. Vista così sembra una malattia stagionale. Stavolta forse non lo è ma più di altre volte nel passato recente oggi ci sono problemi che non si vedevano dal 1946, quando, dopo la Seconda guerra mondiale, si aprì l’Assemblea costituente.

La Costituzione italiana, varata nel 1948, fu pensata per dare governabilità all’Italia in un momento storico particolare. Il Paese aveva smesso di essere una monarchia e doveva diventare una repubblica che sarebbe sfuggite alle due minacce incombenti, il ritorno del fascismo e l’arrivo del comunismo. Perciò furono disegnate regole esplicite o implicite per concentrare il potere al centro ed escludevano i lati. Cioè, l’Italia si strutturava per avere una posizione chiara nell’ambito dell’allora Guerra fredda, contro l’Unione Sovietica e con la Nato. Perciò la questione interna si potrebbe leggere all’incontrario e forse sarebbe la lettura più autentica: i presupposti internazionali e la posizione del Paese in tale contesto determinarono le condizioni di governo interne. I governanti di allora lo fecero con saggezza evitando la guerra civile che devastò altre nazioni.

La storicità della Costituzione fu confermata dal fatto che con la fine dell’impero sovietico (contesto internazionale) una parte delle condizioni italiane di governabilità interna cambiarono. Cadde il pregiudizio contro il partito comunista, che nelle ultime fasi della guerra fredda aveva aiutato il dialogo occidentale con Mosca, e cadde il pregiudizio contro l’estrema destra. Gli equilibri si modificarono scongelando i voti del 40% del parlamento. L’arco di governabilità cambiò. Inoltre, venne modificata la legge elettorale. Si favorì l’idea che la democrazia dovesse essere basata su due schieramenti che si alternavano al governo. Nessuno dei due schieramenti metteva a rischio la posizione internazionale dell’Italia perché nell’epoca della globalizzazione, cominciata negli anni Novanta, non c’erano grandi nemici o avversari. Il grande alleato storico, gli Stati Uniti, incoraggiò ciascun Paese a sviluppare una propria politica internazionale. Germania e Giappone, appoggiati dagli Stati Uniti, del resto già dagli anni Ottanta avevano cominciato creare una nuova politica economica con la Cina.

Oggi c’è un nuovo mutamento internazionale: la guerra con la Russia e l’attrito con la Cina. Naturalmente si torna a parlare di cambio della Costituzione, per calibrare la politica interna agli scenari internazionali. Il problema è: la classe politica attuale saprà come tararsi opportunamente con il mondo nuovo che si para davanti? Non è un’operazione banale di “seguire gli alleati”, ma coniugare e magari anticipare gli alleati. Nel 1948 i politici di allora erano solidi e lo fecero con grande accortezza. Negli anni Novanta non c’erano problemi di schieramenti. Oggi è molto più difficile del 1948, perché questo attrito è più complesso della prima Guerra fredda.

La classe politica che scrisse la Costituzione si era formata nell’esilio, nella Resistenza, nel conflitto mondiale. Quella che traghettò il Paese nella Seconda repubblica negli anni Novanta era stata formata nella Prima repubblica, durante i difficili anni del terrorismo, la guerra alla mafia, la miracolosa crescita economica che in pochi decenni trasformò il Paese da semifeudale in moderno. La Seconda repubblica è stato altro. È stato un progressivo spoglio delle responsabilità politiche a favore di una moltitudine di soggetti economici con poca o nulla sensibilità politica ampia. Inoltre, dal governo Berlusconi del 2001 c’è stato un “incanaglimento” (nel senso antico del termine) della classe di governo. Prima ci fu la promozione delle giovani e inesperte amiche del presidente del Consiglio a ruoli importantissimi, poi da lì si aprirono le dighe. La sinistra corse all’imitazione promuovendo personaggi dello stesso calibro, fino all’assalto del Movimento 5 Stelle e i suoi emuli che teorizzarono l’ignoranza al potere, l’uno vale uno, la furbizia guappa e sciocca al posto dell’intelligenza. Ciò lascia un deserto intellettuale nonostante l’ondata della “canaglia” stia rientrando. In questo deserto chi può ripensare la governabilità dell’Italia in un momento internazionale critico? Non è chiaro.

Inoltre, il fascismo aveva lasciato alla Prima repubblica un’amministrazione forte che fino alla fine degli anni Ottanta venne comunque rafforzata. Negli ultimi 30 anni questa amministrazione è stata gradualmente logorata e quindi non può essere di enorme supporto a una politica molto debole e in parte compromessa con Paesi oggi ufficialmente nemici. Le formule presentate in questi giorni alla stampa (presidenzialismo, elezione diretta del premier, sindaco d’Italia) sono slogan, ma dietro si vede poco e nulla. E non è una semplice questione di architettura di poteri interna. Se le formule non prendono sostanza e non si inseriscono con scienza e coscienza nell’ambito internazionale la situazione potrebbe aggravarsi.

La questione del Pnrr ne è un esempio immediato. Il 30 giugno dovrebbe arrivare una rata. Essa è una questione economica, sono soldi che stimolano la crescita, ma molto di più essa è un progetto politico che interessa l’Italia più di ogni altro Paese in Europa. Il Pnrr sono soldi dati dall’Europa e contabilizzati non in base al bilancio nazionale ma a quello europeo. Quindi l’Italia, con il peggior rapporto debito/Pil dell’Unione euroepa, ha interesse ad allargare questa finestra, che potrebbe aiutare ad alleggerirsi dal debito. Invece l’aspetto politico del Pnrr non appare, come se non esistesse.

Non c’è una classe politica forgiata attraverso le asperità della guerra o di una difficile e proficua amministrazione dello Stato. C’è altro. Poi è vero, che, come dicono a Napoli, queste sono le carte e con queste dobbiamo giocare. Ma proprio perché queste sono le carte è bene che lo sappiamo, proprio per prepararsi al gioco, a cominciare dalle carte stesse.

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