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Ieri, a Roma, Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha parlato di guerra e di pace. A tre interlocutori: Italia, Vaticano e mondo. Al Quirinale e a Palazzo Chigi il messaggio è stato netto, anticipato dal tweet sulla “vittoria che si avvicina”. Il passaggio in Vaticano era tanto obbligato quanto complicato. A un Pontefice che ha annunciato un’iniziativa di pace dai contorni non ben definiti, Zelensky doveva assicurare che l’Ucraina vuole la pace – quando finirà di essere aggredita dalla Russia. La “controffensiva” non è altro che difesa di territorio occupato dai russi. La terza tappa del viaggio era al di là di confini statali. L’immagine del presidente ucraino che ieri arriva a Roma – oggi a Berlino – e varca la soglia di San Pietro parla a tutto il mondo. È potente e efficace soprattutto perché Volodymyr Zelensky lo può fare. Vladimir Putin no.

Questo viaggio va collegato all’imminente ripresa d’iniziativa militare da parte di Kyiv. Che forse è già cominciata a Bakhmut: in questi ultimi giorni gli ucraini avanzano e i russi arretrano – “fuga non raggruppamento” secondo Yevgeny Prigozhin, capo del gruppo Wagner, quindi tutt’altro che propaganda ucraina. L’Ucraina si gioca le sorti della guerra e le prospettive di pace. L’una conduce alla ripresa di territori occupati dalla Russia, l’altra al trovarsi o meno in una posizione di forza in vista di trattative – “arrivare al negoziato in posizione solida” come ha sottolineato Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, se e quando vi si arrivi. Fine anno è un’ipotesi razionale per un complesso di motivi: reciproco esaurimento militare; maturazione dei semi diplomatici che mani vaticane, cinesi e forse altre vanno gettando; incrinature occidentali di Ukraine fatigue, con l’incognita elettorale del 2024, dal voto di maggio in Europa allo spettro di Donald Trump di novembre in Usa. Razionale non significa reale, con buona pace di Georg Wilhelm Friedrich Hele, ma Zelensky e Kyiv hanno ben presente che dopo la controffensiva si può aprire uno scenario armistiziale. Per Kyiv è decisivo arrivarvi sulle ali di un successo militare.

Lo sanno bene anche gli alleati europei e occidentali che gli stanno dando un’ultima ingente ondata di aiuti militari e politici. Dopo i missili aria-terra Storm Shadow britannici con gittata fino a 250 chilometri, dopo l’ennesimo pacchetto americano del valore di 1,2 miliardi di dollari, la Germania dà il benvenuto a Zelensky annunciando assistenza militare per 2,7 miliardi di euro, il più grande aiuto militare che Berlino abbia fornito a Kyiv dall’inizio della guerra. Non è casuale che tutto questo avvenga mentre l’Ucraina si prepara al massimo sforzo per respingere l’invasione russa. Questo è il momento di sostenerla. Militarmente e politicamente.

La prima lettura della visita di Zelensky a Roma ieri, a Berlino oggi, è pertanto il consolidamento del fronte di appoggio europeo alla vigilia di una cruciale svolta della guerra. Non era ancora stato in Italia e Germania dopo l’inizio dell’invasione. Sono due Paesi che contano nel G7, nella Nato e nell’Unione europea – e bilateralmente. In Italia ha trovato piena solidarietà senza se e senza ma dal presidente della Repubblica e dalla presidente del Consiglio, entrambi impeccabili nell’enunciare la nostra posizione: a favore della pace sì ma che non sia “resa” (Sergio Mattarella) né accettazione dell’invasione (Meloni). Colpisce per spessore l’incontro a Palazzo Chigi. Più ancora che le dichiarazioni stampa – che offrono sempre una pallida eco di quello che si dice nei colloqui – conta la durata, compresa una sessione a tu per tu, che dimostra l’affiatamento e l’empatia fra i due leader. Traspariva dal body language.

Non ci sono stati nuovi annunci italiani sugli aiuti militari – Kyiv è sempre in attesa delle batterie di difesa aerea Samp-T. Se Zelensky le ha sollecitate (probabilmente), non l’ha detto pubblicamente. Ha preferito toccare corde cui il pubblico italiano può essere sensibile: i bombardamenti su civili, le migliaia di bambini deportati e “russificati”. E ha ringraziato profusamente. Perché il sostegno politico, le assicurazioni sulla ricostruzione pesano sul piatto della bilancia bilaterale. La partita dell’Ucraina non è solo la guerra contro la Russia, è il futuro con l’Europa. Qui ha trovato piena sponda. Mattarella gli ha confermato il “sostegno italiano alla candidatura Ue”. Per Meloni, all’Ucraina va riconosciuto il merito di fare le riforme richieste da Bruxelles “mentre combatte”. Portare aventi candidatura di Kyiv nell’Unione europea – di cui l’Italia fu protagonista con Mario Draghi – è un “segnale geopolitico necessario”. Vedremo se oggi Frank-Walter Steinmeier, presidente della Germania, e Olaf Scholz, cancelliere tedesco, saranno altrettanto aperti.

Roma è capitale di due Stati. Ma uno dei due, il Vaticano, non è sulla lunghezza d’onda bilaterale. È ecumenico. Nell’attraversare il Tevere, il presidente ucraino entrava nella seconda logica del suo viaggio: come parlare di pace con papa Francesco, nel momento in cui si appresta a continuare con rinnovato sforzo la guerra. D’altro canto, il presidente ucraino non può permettersi di non dimostrarsi aperto alla “missione di pace” del pontefice. Difficilmente il colloquio può averla evasa checché l’agenzia di stampa russa Tass avesse messo in bocca a fonti vaticane un “non ne parleranno”. Come cavarsela? A detta dei comunicati, il colloquio si è concentrato sulla “situazione umanitaria e politica dell’Ucraina provocata dalla guerra”, tema su cui Zelensky poteva contare sulla piena comprensione “la costante preghiera” di Papa Francesco. C’è stato di più? Verosimilmente. Zelensky avrà detto: sì alla pace quando ne maturino le condizioni da parte russa. Intanto però non si ferma la vicenda militare. Non è un fallimento della diplomazia vaticana che opera in tempi lunghi.

Il tempismo perfetto del viaggio Roma-Vaticano-Berlino del presidente ucraino ha infine una fortissima dimensione di diplomazia pubblica. Nella quale Kyiv domina, Mosca è in affanno. Zelensky viaggia. Dove vuole, sicurezza permettendo. Putin è asserragliato nel Cremlino – quando si affaccia fuori porta ci si domanda addirittura se non utilizzi un sosia (probabilmente no). Questo permetteva a Zelensky di affrontare a viso aperto anche l’impegnativo colloquio con papa Francesco. Non sappiamo cosa si sono detti; se e cosa il Pontefice ha chiesto; cosa il presidente ucraino gli ha risposto. Ma tutto il mondo li ha visti ieri insieme e sa che dialogano. Il Vaticano ha una audience globale – in America Latina, in Asia, in Africa – che abbraccia anche quel mondo non occidentale i cui governi tendono alla neutralità di convenienza sulla guerra ucraina. Ieri Zelensky l’ha raggiunta – per quella italiana ci ha pensato l’inossidabile Porta a Porta. Per Putin né l’una né l’altra. Il megafono del Cremlino non è esportabile.

Il viaggio che Zelensky può fare e Putin no. Scrive l’amb. Stefanini

L’immagine del presidente ucraino che ieri arriva a Roma (oggi a Berlino) e varca la soglia di San Pietro parla a tutto il mondo. È potente e efficace soprattutto perché lui può compierlo, a differenza del leader russo. Il commento di Stefano Stefanini, già rappresentante dell’Italia alla Nato e consigliere diplomatico del presidente della Repubblica

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