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“Good Guys” da una parte, “Bad Guys” dall’altra. È questa la macro-divisione fornita da Mike Pompeo, ex Segretario di Stato Usa, per introdurre la sua “bussola geopolitica”. Prendendo la parola all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) in occasione della presentazione del suo libro “Mai un passo indietro. In lotta per l’America che amo”, Pompeo tratteggia un mondo diviso tra democrazie “che credono in se stesse” e regimi che invece lavorano per logorare la leadership occidentale.

Nel primo campo rientrano Stati Uniti ed Europa, insieme a Giappone, Australia, Corea del Sud, India, parte del Sud-Est asiatico e i Paesi del Golfo (a patto, ha precisato, che contengano il radicalismo islamista); nel secondo, la “coalizione” composta da Cina, Russia, Iran, Corea del Nord e Venezuela. È una semplificazione voluta, quasi programmatica che però serve a Pompeo per chiarire il suo messaggio su come la sfida odierna tra questi due blocchi non sia solo economica o militare ma anche morale e civile. Una sfida che l’Occidente rischia di perdere non perché più debole, ma perché meno convinto.

L’ex-segretario di Stato poi, come raccontato dal vicedirettore di Adnkronos Giorgio Rutelli, presente all’evento, scende nei dettagli su ciascuno dei Paesi parte del gruppo dei “cattivi”. A partire dalla Cina che, per Pompeo, rappresenta il vero perno del fronte avversario e la minaccia più sottovalutata. Essa non è infatti solo un competitor sul piano geopolitico, ma la il simbolo di un modello alternativo che punta a delegittimare la leadership occidentale anche dall’interno. Per questo, avverte, non si tratta di scegliere tra Stati Uniti e Cina, ma tra “decenza e brutalità”, in una competizione che si gioca soprattutto su capitale umano, università, ricerca e innovazione.

La Russia resta invece una minaccia militare immediata in Europa, nonché un (o meglio, il) banco di prova della deterrenza occidentale. Putin, sostiene Pompeo, continua a combattere perché il costo della guerra non è ancora sufficiente a cambiarne i calcoli, e il suo disegno va oltre l’Ucraina, includendo Baltici, Moldavia e Georgia. Da qui la richiesta di colpire in modo più incisivo le infrastrutture militari, energetiche e industriali russe, ridimensionando il timore di una risposta nucleare automatica.

Tra i “bad guys” più forti c’è anche l’Iran, che viene però descritto come un attore in fase di debolezza: proteste socialmente trasversali, repressione brutale e un sistema di alleanze regionali (da Hezbollah alle milizie in Iraq e Yemen) che è al punto di maggiore fragilità dalla fine della Guerra fredda. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, per Pompeo i negoziati in corso con Teheran sono inutili, poiché il regime non rinuncerà mai volontariamente a missili e nucleare finché resta al potere: “Pensare di fare un accordo con questo regime è semplicemente ingenuo. Mentono. Non rinunceranno mai volontariamente ai missili balistici o al programma nucleare finché restano al potere. Un accordo è possibile solo dopo un cambio di regime, che può avvenire domani o tra un anno, ma avverrà”.

Da questa lettura prende spunto un appello all’Europa, che non deve perseguire un allineamento automatico con Washington, ma un rafforzamento della propria difesa e, soprattutto, della fiducia nella propria identità. L’Occidente, avverte Pompeo, sopravvive solo se torna a credere nella propria superiorità civile.

La minaccia russa, l'alternativa cinese, la debolezza iraniana. La "dottrina Pompeo"

Per l’ex segretario di Stato la Cina è la minaccia più sottovalutata, la Russia il banco di prova della deterrenza in Europa e l’Iran un attore indebolito con cui è inutile negoziare finché resta l’attuale regime. Per gestire e vincere queste sfide, però, l’Occidente deve andare oltre il semplice piano economico e militare

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