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Ora che Northvolt, riacciuffata per i capelli dall’americana Lyten, se ne è volata oltre l’Atlantico, la domanda è: e adesso che si fa con la Cina? Premessa. L’azienda svedese, travolta dai debiti pochi mesi fa, fondata nel 2016 da ex manager di Tesla, era considerata fino a poco tempo fa la migliore speranza europea per produrre batterie nel continente e sostenere la transizione verso i veicoli elettrici. Ma, soprattutto, il simbolo dell’autonomia tecnologica europea, la risposta del Vecchio Continente ai giganti asiatici delle batterie per auto elettriche.

Una missione strategica che le aveva permesso di raccogliere investimenti per ben 13 miliardi di dollari, diventando così la startup meglio finanziata dell’Unione europea (tra i principali investitori Volkswagen e colossi del calibro di Goldman Sachs e BlackRock). Le cose però sono andate diversamente, Northvolt è stata venduta. E così, mentre il fronte delle auto elettriche continua a cedere terreno a Byd e le sue sorelle, anche sulle batterie ora comincia a mettersi male, in assenza di una contraerea efficace in grado di fermare gli assalti del Dragone (secondo l’Acea, l’Associazione dei costruttori europei, fino al 70% delle celle per batterie utilizzate nell’Ue viene prodotto in Cina).

Il fatto è che le batterie cinesi costano meno. E poi, negli ultimi anni, i produttori cinesi sono passati alle cosiddette batterie Lfp, non solo sono più economiche, ma che durano anche più a lungo, il che le rende anche più sostenibili. L’Europa, da parte sua, arranca, non tiene il passo. Anche perché servono soldi, e tanti. Per costruire un’industria europea autosufficiente che produca accumulatori è necessario, d’altronde, un investimento annuo stimato di circa 42 miliardi di euro entro il 2030. Senza considerare i 172 miliardi di euro di investimenti entro il 2030 per soddisfare la domanda. Ma colli di bottiglia amministrativi, come le complesse procedure di autorizzazione e di connessione alla rete, rendono il tutto più difficile.

Tutto finito, dunque? Nemmeno per sogno, il Vecchio continente ha ancora le sue carte da giocare per provare a resistere alla pressa cinese e ridurre una dipendenza industriale che rischia di mettere l’intera transizione energetica, sponda auto green, in mano a Pechino. E la risposta arriva sempre dal Nord, dalla Scandinavia, precisamente dalla Norvegia. Paese dove nove auto su 10 vendute sono elettriche con il governo di Oslo intenzionato a far si che tutte le nuove auto vendute siano a zero emissioni entro la fine di quest’anno.

Å Energi, gigante norvegese dell’energia idroelettrica, è scesa in campo collaborando con ABB, Siemens, il gigantesco fondo pensione danese Pka e la società di investimenti norvegese Nysnø, per fondare Morrow Batteries. Quest’ultima ha recentemente iniziato a produrre batterie al litio-polimero, proprio come quelle cinesi, utilizzate per sistemi di accumulo (ad esempio, l’energia solare ed eolica che deve essere immagazzinata dopo essere stata catturata da pannelli solari e turbine eoliche) e per attrezzature militari.

Se tutto andrà secondo i piani, Morrow si espanderà anche ai veicoli, con l’intenzione di costruire altre tre strutture per la produzione di batterie Lfp, presso in quartier generale sito nella cittadina di Arendal, prima del 2029. Non è finita. L’agenzia governativa Innovation Norway ha concesso, pochi mesi fa, a Morrow Batteries un prestito di oltre 1,5 miliardi di corone. Dalla riuscita dell’operazione norvegese, inutile dirlo, dipenderà la capacità europea di frenare l’avanzata cinese. Per Oslo, ma anche per tutto il Vecchio continente, vale la pena tentare.

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