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Negli ultimi giorni, diverse indiscrezioni (di provenienza, parrebbe, del Pentagono) hanno rivelato che, in alcuni ambienti americani, si starebbero valutando delle “ripercussioni” nei confronti degli alleati della Nato a causa del mancato supporto alle operazioni contro l’Iran e per liberare lo stretto di Hormuz. La più rilevante di queste indiscrezioni riguarderebbe l’eventualità di sospendere la Spagna dall’Alleanza. Ma è veramente possibile? E, soprattutto, cosa ci dicono questi ultimi sviluppi sulla salute dell’Alleanza euro-atlantica, anche in vista del summit annuale di luglio in Turchia? Airpress ha discusso di questi temi con l’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, già vice segretario generale della Nato.

Ambasciatore, partiamo subito dal cuore della questione. È possibile espellere uno Stato membro dall’Alleanza Atlantica?

Bisogna ricordare una cosa che in pochi sanno: il Trattato della Nato è di una pagina e mezza, appena quattordici articoli. Non c’è nulla che preveda l’espulsione forzata di un membro, né tantomeno la “sospensione” dello status di membro dell’Alleanza. E poi va ricordato che la Nato non è un’organizzazione internazionale, ma un’alleanza. Funziona per consenso e su obiettivi condivisi. Non esiste alcuna procedura per cui l’organizzazione, o uno Stato membro, possa cacciarne un altro. Semplicemente, non c’è. 

Cosa potrebbe fare allora Trump per “punire” Madrid?

L’unico strumento reale nelle mani degli Stati Uniti è ritirare le proprie basi (due in tutto) dal suolo spagnolo. Teoricamente, gli americani potrebbero decidere di chiuderle o di non utilizzarle più. Ma bisogna chiedersi se questa mossa converrebbe a Washington, visto che chiudere quelle installazioni significherebbe privarsi di uno strumento che in futuro potrebbe tornare utile. Sarebbe un po’ un autogol.

Come legge quindi la presa di posizione, critica, di Sanchez verso Washington?

Sanchez ha tutto il diritto di esprimersi come fa, d’altronde è un leader socialista. Ma va anche detto che lui governa con una maggioranza molto fragile e se non soddisfa la sinistra, il giorno dopo rischia di cadere. Quindi la sua posizione è in parte dettata dal quadro politico interno spagnolo. Se fosse in una situazione più libera, magari userebbe toni diversi. Questo non possiamo saperlo con certezza, ma è un elemento da tenere presente.

E cosa pensa dei movimenti e delle reazioni degli altri membri dell’Alleanza?

Guardo con interesse ai tedeschi, che spesso vengono un po’ trascurati nel dibattito pubblico perché si tende a concentrarsi su Macron o su altri. Merz sta calibrando con molta attenzione i rapporti con gli Stati Uniti. Non approva questa operazione militare nel Golfo (lo ha detto chiaramente), ma si comporta nei confronti degli Usa come con un amico che sbaglia, non come un avversario. 

Vale la pena chiarire nuovamente un punto: gli alleati della Nato hanno un qualche obbligo di supportare le operazioni militari americane nel Golfo?

No, nessun obbligo. Le operazioni non sono state concordate in sede alleata. E ci sono precedenti storici chiari, come nel 2003, in occasione dell’invasione americana dell’Iraq, quando la Nato non intervenne. La Francia criticò apertamente gli Stati Uniti in quell’occasione, mentre altri alleati furono meno critici ma comunque non parteciparono. Al massimo, si offrì una forma di supporto tramite l’istituzione di un’accademia di addestramento per le forze locali irachene, peraltro diretta dai Carabinieri italiani.

Ma allora quanto è saggio, da parte americana, insistere su questa linea di pressione verso gli alleati europei?

La mia lettura è che l’attuale classe politica americana non sia tanto anti-europea, quanto ignorante del resto del mondo. Molti di loro non conoscono l’Europa, non ci sono mai stati. Quindi quello che serve non è dir loro di sì a tutti i costi, ma parlare con loro, farli venire qui, spiegare perché siamo utili anche ai loro interessi. Convincerli, non combatterli.

Eppure l’Europa “negozia” da una posizione di debolezza

Esattamente. Noi europei siamo deboli, lo diciamo ogni giorno. Abbiamo ancora bisogno degli Stati Uniti ma è anche giusto dire che questa operazione militare è sbagliata, che non si è stati consultati e che non è chiaro l’obiettivo finale. Ma da questo ad attaccare gli americani definendoli nemici ce ne corre. Io parlo di realpolitik, non di moralità: non abbiamo interesse a inimicarci Washington, non con la Russia alle nostre porte e la Cina all’orizzonte.

C’è però un precedente che vale la pena ricordare. Dopo l’11 settembre, l’Europa rispose in modo molto diverso da oggi…

Sì, ed è un elemento che sfugge spesso. Nel 2001, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, la Nato invocò per la prima e unica volta nella sua storia l’articolo 5. Ma quello che colpì fu la risposta dell’opinione pubblica europea. Ci furono piazze, manifestazioni di solidarietà con gli Stati Uniti e un appoggio politico reale. Oggi è tutto il contrario, almeno per quanto riguarda l’Iran. 

Tra pochi mesi ci sarà il summit della Nato ad Ankara. Cosa si aspetta?

È la domanda centrale di tutto questo ragionamento. Il vertice del 7 luglio ad Ankara avverrà in un contesto complicato, tra cui una guerra in corso di cui non sappiamo l’esito, negoziati ancora incerti e una sede che confina con l’Iran. Da quello che percepisco da Bruxelles, il segretario generale punterebbe a un summit il più breve possibile, con un comunicato snello (simile a quello dell’anno scorso) su pochi argomenti non divisivi. Funzionerà? Difficile dirlo.

C’è però un attore da tenere d’occhio, la Turchia, che sarà anche il Paese ospitante…

Assolutamente. Erdogan non è un passante. Ha una sua agenda, una sua visione proiettata verso est e verso il continente africano. Lui certamente non vuole un vertice fallimentare nella sua capitale, né tantomeno la rottura dell’Alleanza. Io ero ad Istanbul nel 2004 per il precedente summit che si svolse in Turchia e i turchi organizzarono celebrazioni di grandissimo livello, lo vissero come un successo nazionale. Ventidue anni dopo, credo che quell’orgoglio sia ancora lì. Quindi Erdogan farà di tutto per portare le cose in positivo. È un fattore stabilizzante, paradossalmente.

Spesso si ricorda che la diplomazia vera, quella che produce risultati, è sempre stata discreta. Vale anche oggi?

Sempre. I risultati si ottengono con il lavoro riservato, non con i tweet o con le dichiarazioni quotidiane in televisione. Pensiamo ai negoziati di Kissinger a Parigi per chiudere la guerra in Vietnam. Per la maggior parte del tempo non si seppe quasi nulla, sui media si arrivò persino a discutere della forma del tavolo e di chi sedeva dove pur di avere un argomento da trattare al riguardo. Ma quel lento lavoro silenzioso alla fine produsse un risultato. Lo stesso, a mio avviso, vale per l’Iran oggi. Non è impossibile immaginare un accordo ragionevole. Gli iraniani non rinuncerebbero all’energia nucleare, ma potrebbero accettare ispezioni internazionali che certifichino il carattere civile del programma; gli Stati Uniti, in cambio, potrebbero alleggerire le sanzioni. 

Per chiudere, quali ritiene essere gli obiettivi essenziali da tenere in considerazione adesso?

Ne ho due. Il primo è che il summit di Ankara va preparato con intelligenza e con discrezione, lavorando sottotraccia per evitare fratture interalleate. Ho l’impressione che qualcuno ci stia già lavorando, ma c’è ancora molto da fare. Il secondo è che l’Europa deve mantenere un atteggiamento di distacco critico verso il modo in cui questa crisi è stata gestita dagli americani, ma senza trasformare Washington in un nemico. Lo dico in termini di interesse nazionale, non ideologici: non abbiamo la Russia o la Cina come alternative credibili. L’autonomia strategica europea è un obiettivo giusto, ma richiederà anni. Nel frattempo, conviene non bruciarsi i ponti.

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