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La partita sul payback per le imprese che riforniscono la Pa di dispositivi medici non è terminata. Ma gli auspici sono buoni. Anche perché il governo ha tutta l’intenzione di intervenire ancora sulla materia, disinnescando una mina che potrebbe fare danni pesanti a molte imprese.

La vicenda è nota, e riguarda quel meccanismo che impone all’industria biomedicale, in particolare a quella che rifornisce le regioni di dispositivi medici, di concorrere nella misura del 50% al disavanzo generato per l’acquisto dei suddetti beni. A gennaio, anche grazie all’interessamento della deputata di FdI, Ylenia Lucaselli, l’esecutivo ci aveva messo una prima pezza, sotto forma di stop al payback, almeno per quattro mesi, ovvero fino al 30 aprile.

Poi, scaduto quel termine, le imprese in questione avrebbero dovuto onorare un pagamento di 2,2 miliardi, riconducibili al triennio 2015-2018. A meno che, coperture e risorse permettendo, spulciando tra le pieghe dell’ultimo Documento di economia e finanza non fossero saltati fuori dei fondi con cui strutturare una riforma del meccanismo, concepito quindici anni fa ma operativo dal 2015. E, non certo un dettaglio, reso ancor più iniquo dalla progressiva autonomia, anche sanitaria, che le regioni hanno acquisito in questi anni e che ora lo stesso governo vorrebbe aumentare. Ad oggi, infatti, l’Italia sconta la presenza sul territorio di venti sistemi sanitari diversi con annessi altrettanti deficit. Così facendo, un’azienda, per esempio, del Friuli, potrebbe pagare molto più di una in Molise.

In questi giorni è arrivata un’altra proroga per i versamenti, ora in scadenza il 31 luglio. Ma manca, per l’appunto, la soluzione strutturale. La quale potrebbe essere, come raccontano a Formiche.net fonti vicine al dossier, costruire un sistema di governance dei tetti di spesa e di tutto il monitoraggio del comparto in grado, a regime, di fornire chiarezza a regioni e aziende ed evitare shock come accaduto con il ripiano degli sfondamenti del 2015-2018.

Svolta che dovrebbe arrivare già con la prossima Legge di Bilancio. Se ci saranno le risorse l’idea è quella – a partire dal 2024 – di alzare di un punto l’anno fino al 2026 il tetto di spesa, oggi al 4,4% del Fondo sanitario. In sostanza nel 2024 il tetto salirebbe al 5,4%, nel 2025 al 6,4% e nel 2026 al 7,4% e poi a regime dal 2027. Il tutto dovrebbe costare quasi 2 miliardi di euro (nel conto andrebbe anche il triennio 2019-2021), ma basterebbe a evitare l’accumulo di deficit annuo: più si può spendere, infatti, meno disavanzo occorre fare per assicurarsi i dispositivi.

“Se finora non abbiamo trovato una soluzione strutturale è semplicemente perché non avevamo le coperture, ma già dalla prossima manovra arriveremo a una soluzione strutturale al problema”, ha assicurato la stessa Lucaselli, interpellata da Formiche.net. “Abbiamo già attivato la Sace, con forme di garanzia sui prestiti, l’obiettivo è lavorare a una progressione dei tetti di spesa, affinché non si renda più necessario fare del disavanzo”.

Sul payback il governo accelera, soluzione entro l'anno

Scaduto il termine del 30 aprile, ora per i versamenti dei rimborsi alle regioni c’è tempo fino a fine luglio. Ma l’esecutivo ha un piano per risolvere una volta per tutte il problema. Alzando il tetti di spesa per ridurre il disavanzo​

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