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L’Europa rischia di uscire dalla geografia globale della ricerca clinica. E non per mancanza di competenze o di domanda, ma per un problema più strutturale: la capacità di attrarre e trattenere sperimentazioni.
I trial clinici sono il punto in cui l’innovazione diventa terapia. Non sono solo un passaggio scientifico, ma un nodo economico e strategico: portano investimenti negli ospedali, formano i clinici, offrono ai pazienti accesso anticipato a trattamenti che altrimenti resterebbero fuori portata. Ed è proprio su questo terreno che l’Unione europea ha iniziato a perdere quota.

Un ritardo che dura da un decennio

Negli ultimi dieci anni, secondo le analisi dell’industria, l’Europa ha perso circa 60 mila posti nei trial clinici. Nello stesso periodo, Stati Uniti e Cina hanno accelerato, rafforzando la propria capacità di attrazione. Il dato più evidente riguarda le terapie avanzate – dalle cellule ai geni – dove la quota europea è scesa dal 25% al 10%, mentre quella cinese è salita fino al 42%.
È in questo contesto che si inserisce l’iniziativa della European Medicines Agency (EMA), che insieme alla Commissione europea e alle agenzie nazionali ha fissato un obiettivo di crescita dell’11,1% dei trial clinici nell’Unione. Tradotto: circa 500 studi multinazionali in più nei prossimi cinque anni.Secondo un report di EFPIA, questo primo passo potrebbe generare 35 mila nuovi posti nei trial per i pazienti europei e un impatto economico stimato intorno ai 4 miliardi di euro. Numeri rilevanti, ma ancora insufficienti a colmare il divario accumulato.

La sfida europea tra regole e competitività

Il problema, infatti, non è solo quantitativo. È sistemico. L’Europa continua a scontare una frammentazione regolatoria che rende più complesso e lento avviare studi clinici rispetto ad altri contesti. Procedure nazionali diverse, tempi non uniformi, difficoltà nella gestione dei trial multicentrici: tutti fattori che incidono sulle scelte di investimento delle aziende. Il confronto con la Spagna è indicativo. Negli ultimi anni Madrid è riuscita a costruire un ecosistema favorevole, superando nel 2023 la Germania per numero di nuovi trial avviati. Un risultato legato all’attuazione efficace del regolamento europeo e a una maggiore integrazione tra industria e sistema sanitario. Un modello che dimostra come, a parità di quadro europeo, la variabile decisiva resti la capacità di implementazione.
Bruxelles sembra aver colto il segnale. Accanto agli obiettivi dell’EMA, il Biotech Act punta a semplificare e armonizzare il sistema regolatorio. Ma la domanda che si apre è un’altra: basterà?

L’Europa nella catena globale dell’innovazione.

Gli scenari più ambiziosi tracciati dall’industria suggeriscono di no. Un aumento del 25% dei trial riporterebbe l’Europa ai livelli del 2013, con quasi 80 mila pazienti in più coinvolti, 9 miliardi di euro di impatto economico e oltre 40 mila nuovi posti di lavoro. Un salto ancora più netto – allineato ai ritmi di crescita di Cina e Nord America – significherebbe raddoppiare i trial clinici, con un impatto annuale stimato di 18 miliardi di euro.
La posta in gioco, però, va oltre i numeri. Riguarda il ruolo dell’Europa nella catena globale dell’innovazione. Dove si fanno i trial, lì si sviluppano competenze, si attraggono investimenti, si costruisce il futuro dell’industria farmaceutica.
Restare indietro significa perdere non solo competitività, ma anche capacità di offrire ai propri cittadini accesso tempestivo alle nuove cure. Recuperare terreno richiede una scelta politica chiara: meno frammentazione, più integrazione, tempi più rapidi.

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