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L’incontro odierno dell’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, con il presidente russo, Vladimir Putin, segue di appena un giorno il faccia a faccia avuto dal cugino emiratino Mohammed bin Zayed, volato ieri, mercoledì 12 ottobre, al Cremlino.

Il meeting è stato annunciato dall’assistente del presidente russo Yuri Ushakov, ambasciatore straordinario e plenipotenziario di rango, da anni nei gangli del Cremlino, che si occupa di ragguagliare la stampa di questioni sensibili di carattere diplomatico. È stato lui a comunicare in precedenza che Putin in Kazakistan avrebbe visto anche Recep Tayyp Erdogan— e a stretto giro il turco ha rilanciato sul suo ruolo globale come mediatore.

Al Thani si è mosso con maggiore compostezza (non fosse altro per i modi acquisiti con la sua formazione britannica), anche sfruttando il rumore fatto dall’alleato turco per riportarsi alla pari degli emiratini — un tempo nemici interni al Golfo, con cui adesso è in corso un avvicinamento tattico. E mentre Ushakov e la narrazione del Cremlino hanno presentato l’incontro come un bilaterale focalizzato sul commercio e sulle relazioni nell’ambito del Gas Exporting Countries Forum, Doha ha fornito una versione più legata ai dossier internazionali — e dunque alla situazione in Ucraina.

È una questione di necessità. Mosca cerca di dimostrare al mondo di non essere isolata, e racconta questi incontri come forme di cooperazione bilaterale — se non testimonianze di vicinanza — che procedono anche se l’Occidente continua a isolarla. Per il Qatar o per gli Emirati sono test sulle capacità di muoversi all’interno di dossier centrali e promuoversi come attori globali.

Ci sono degli interessi diretti e bilaterali, certo; per esempio al Thani ha ringraziato la Russia per il ruolo svolto nell’organizzazione dei Mondiali che ci saranno tra qualche mese. Non è banale, perché rientra nel sottolineare che il rapporto con la Russia è tenuto in considerazione da Doha, che vede i Campionati mondiali di calcio come una forma di slancio internazionale.

Ma Doha, come Abu Dhabi (o Ankara), ha percepito anche l’esistenza di spazi da poter riempire. D’altronde, nessun leader politico europeo può incontrare adesso Putin — e il primo faccia a faccia occidentale potrebbe toccare a Joe Biden, ma in un contesto multilaterale come il G20 indonesiano. E dunque questi meeting hanno un valore anche perché ragguagliano i partner in Europa e Stati Uniti (e Giappone e Corea del Sud) sul presidente russo.

Contatti vis-a-vis che ancora questi Paesi possono tenere e sui quali equilibri essi si giocano la loro capacità di stare al mondo, tra compostezza diplomatica da dimostrare, interessi diretti da tutelare, standing internazionale da costruire. Tutto in un contesto molto delicato, basta vedere la vicenda del taglio delle produzioni petrolifere decise dall’Opec+ e la reazione statunitense contro i sauditi, considerati troppo esposti alla Russia.

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