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Mentre a Belem, in Brasile, la Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamenti climatici non ha raggiunto, nonostante l’appassionato impegno del padrone di casa Lula da Silva, i risultati sperati (nel documento finale non c’è alcun riferimento a una road map per un progressivo abbandono dei combustibili fossili), una buona notizia arriva da Bruxelles, dove la Commissione Europea, lo scorso 27 novembre, ha presentato la nuova Strategia per la Bioeconomia che traccia un percorso per costruire un’economia competitiva, circolare e decarbonizzata, utilizzando risorse biologiche terrestri e marine, anche “per ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili”.

Pubblicata la prima volta nel 2012, è stata aggiornata nel 2018 e rinnovata nel 2025, sulla base delle nuove conoscenze e sviluppi avvenuti in questi anni. Anche in Italia, a dicembre 2024, è stato approvato il Piano di implementazione 2025-2027 della Strategia Italiana per la Bioeconomia finalizzato a “consolidare la Bioeconomia sostenibile e circolare su tutto il territorio nazionale”. Ma andiamo con ordine, cominciando dall’incontro nella città amazzonica, dove a novembre, le delegazioni dei 197 Paesi che fanno parte della Convenzione, compresa l’Unione Europea, si sono confrontati in complessi negoziati su decine di temi, come finanze, adattamento, mitigazione, perdite e danni, trasparenza, mercati di carbonio.

Il Global Mutirao , ossia l’azione comune globale, il testo approvato alla fine dei lavori, non ha centrato gli obiettivi che tanti speravano di raggiungere, prima fra tutti l’Unione Europea che si è trovata a contrastare posizioni di retroguardia da parte del blocco dei Paesi in via di sviluppo e dei Paesi del Golfo, appoggiati dalla Cina e dalla Russia. Manca soprattutto un esplicito riferimento all’abbandono progressivo dei combustibili fossili e alla lotta alla deforestazione. Se ne riparlerà il prossimo anno ad Antalya, in Turchia, dove si svolgerà la COP31.

L’Unione Europea, l’unica tra le principali economie del pianeta che si era presentata a Belem con le carte in regola, avendo ridotto le proprie emissioni di gas serra, prova a rilanciare le sue ambiziose politiche ambientali attraverso un piano per “rafforzare la sua resilienza, sostituire i materiali e i prodotti a base fossile, creare posti di lavoro e guidare il passaggio globale alle industrie pulite”, incoraggiando le innovazioni a beneficio del clima, della natura e della società. D’altra parte, con un valore che sfiora i 2 mila 700 miliardi di euro e oltre 17 milioni di occupati (l’8% circa dei posti di lavori dell’Unione), la bioeconomia si conferma come un settore di punta della crescita economica.

Ma cosa intendiamo quando parliamo di bioeconomia. “L’insieme di attività che forniscono soluzioni basate sulle risorse biologiche per creare valore aggiunto. Tra queste rientrano prodotti, servizi, scienza e tecnologie a beneficio di settori che spaziano dall’agricoltura, alla silvicoltura, alla pesca e all’acquacoltura, fino alle catene del valore basate sulla lavorazione della biomassa, sulla bio-fabbricazione e sulle biotecnologie, come quelle nei settori alimentare, sanitario, energetico, industriale, ecosistemico e di altri servizi”.

La si trova ovunque, dagli imballaggi sostenibili alle plastiche di origine biologica, dagli edifici in legno ai cosmetici a base di alghe. La ricerca e l’innovazione sono al centro della bioeconomia, così come ipotizzato dalla strategia. “La sfida è di portare queste innovazioni a livello industriale, in modo che possano avere un impatto reale sull’economia europea ed essere competitive a livello globale”. Contribuisce, inoltre, a ridurre le emissioni e i rifiuti ed è fondamentale per la transizione verso un’economia sostenibile e a zero emissioni di carbonio. Come sostiene la Commissione “far crescere l’economia senza danneggiare il pianeta”.

Va da sé che la Strategia dell’Ue per la bioeconomia riveste un carattere intersettoriale e una politica collegata a numerose politiche di settore, come quelle ambientali e climatiche, la Politica Agricola Comune, la Politica Comune della Pesca, le politiche industriali a favore delle imprese (come il recente Clean Industrial Deal), quelle a favore dei consumatori ed energetiche, la ricerca e l’innovazione attraverso i Programmi Quadro. Strategia e politiche di settore si rafforzano reciprocamente per affrontare insieme sfide interconnesse.

Le soluzioni proposte, avverte la Commissione, non sono, però, una panacea, ma rappresentano un passo fondamentale per ridurre la dipendenza della nostra società e della nostra economia dal petrolio. I progetti pilota si stanno trasformando ed espandendo su scala commerciale e in alcuni anni potrebbero soddisfare una sempre maggiore quota di mercato. Sebbene nessuna alternativa, ad oggi, possa sostituire completamente i combustibili fossili, i prodotti biologici costituiscono una parte fondamentale verso un’economia a zero emissioni di carbonio. Proprio quello che l’Unione Europea si prefigge di raggiungere entro il 2050.

Uno per tutti, l’ambiente e i cambiamenti climatici, che sono al centro del Green Deal e mirano a promuovere soluzioni che “massimizzino il potenziale delle risorse biologiche” migliorando il benessere e la prosperità per le persone e il pianeta. Parliamo della circolarità delle risorse biologiche, la salute delle foreste, dei suoli e delle acque, così pure delle soluzioni che aumentano lo stoccaggio del carbonio e la fornitura di altri servizi ecosistemici, che defossilizzano o rendono i processi più sostenibili.

E l’Italia? Il nostro Paese vanta una lunga esperienza nel campo della bioeconomia sostenibile e circolare. Ad oggi rappresenta uno dei pilastri fondamentali della nostra economia con 2 milioni di occupati e un fatturato annuo di oltre 437 miliardi di euro. Nel Piano per l’implementazione della Strategia per la Bioeconomia, si ricorda che “il critico scenario geopolitico, segnato da crescenti tensioni e conflitti che coinvolgono nuove aree geografiche, dall’Ucraina al Medio Oriente, sottolinea l’importanza di adottare nuovi modelli sostenibili per la produzione, il consumo e il business, incluso un più ampio utilizzo di risorse rinnovabili per la produzione di prodotti chimici, materiali ed energia, e l’adozione di un approccio circolare nell’uso dei materiali, volto a ridurre la nostra dipendenza dalle risorse importate”.

L’obiettivo del Piano è di rafforzare, in maniera più mirata a livello territoriale, i benefici legati alla bioeconomia, puntando ad un incremento del 15% del fatturato e dell’occupazione entro il 2030, in linea con “gli sforzi normativi” dell’Unione Europea e con particolare riguardo all’”uso efficiente e il ripristino delle risorse naturali, incluse le risorse delle terre e del suolo, nonché sulla gestione sostenibile dei rifiuti”. Particolare attenzione verrà dedicata alla promozione di una bioeconomia sostenibile nei Paesi del bacino del Mediterraneo e dell’Africa, dove “oltre il 65% della popolazione nell’area del Mediterraneo meridionale e dell’Africa orientale dipende dalle risorse biologiche per alimentazione, energia, medicina e altri utilizzi”. Tali risorse, sottolinea il Piano, dovrebbero essere sfruttate in modo più completo, producendo localmente più cibo, creando posti di lavoro, migliorando la salute e la sicurezza alimentare, generando più ricchezza.

Anche il Piano Mattei, recentemente adottato dall’Italia, si inserisce in questo quadro. Con esso il governo intende “implementare partenariati e progetti congiunti con Algeria, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Etiopia, Costa d’Avorio, Kenya, Marocco, Mozambico e Tunisia, in particolare nel settore della Bioeconomia (ad esempio, agricoltura e sicurezza alimentare, sicurezza delle risorse idriche ed energetiche, nonché salute, istruzione e formazione). Le iniziative previste saranno co-progettate in collaborazione con le comunità locali e implementate in sinergia con le iniziative europee in corso e con altri partner internazionali”.

Per l’attuazione del Piano sono state identificate alcune priorità e azioni operative. Esse riguardano: azioni pilota a livello locale nei settori agroalimentare, forestale, delle zone umide, nei litorali, nelle aree rurali, costiere e urbane; lo sviluppo di politiche orientate al mercato emergente, comprese misure di incentivazione fiscale e finanziaria; la gestione sostenibile, la protezione e il ripristino della biodiversità nazionale, degli ecosistemi e dei suoli, “rafforzando il loro contributo nel favorire la resilienza/adattamento nazionale ai cambiamenti climatici”; azioni di ricognizione territoriale finalizzate a co-progettare in modo più efficace interventi mirati al ripristino, la rigenerazione e l’ammodernamento della catene di valore locali della bioeconomia; promuovere lo sviluppo delle competenze, l’istruzione, la formazione e l’imprenditorialità nel settore della bioeconomia.

La bioeconomia è il nuovo motore dello sviluppo sostenibile

Una buona notizia arriva da Bruxelles, dove la Commissione Europea, lo scorso 27 novembre, ha presentato la nuova Strategia per la bioeconomia che traccia un percorso per costruire un’economia competitiva, circolare e decarbonizzata, utilizzando risorse biologiche terrestri e marine. Anche per ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili. Tutti i dettagli

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