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Negli anni 70 dello scorso secolo, le grandi manifestazioni, contro la guerra del Vietnam, sconvolsero il mondo. Furono quel lungo ponte che unì cittadini di fedi diverse, di ogni razza e colore, partecipi in ogni continente, destinate ad unirsi con quanto avveniva negli stessi Stati Uniti, in nome della difesa del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Che non poteva essere messo in discussione nemmeno da chi, nella seconda guerra mondiale, aveva dato un contributo determinate per la sconfitta del nazismo, partecipando ad una guerra che, in principio, era stata soprattutto un affare europeo.

Si scendeva in piazza in nome della pace. Ma per imporla a chi quella pace non voleva. Si parlava di pace, ma, in effetti, ci si batteva contro una delle ultime forme di presenza imperialista: eredità di un passato che non voleva morire. Le parole d’ordine erano, di conseguenza, estremamente chiare: yankee go home. Mentre nelle università americane gli stessi studenti americani bruciavano le cartoline precetto ed i campus si trasformavano, sempre più spesso, in veri campi di battaglia, nello scontro con la polizia e la guardia nazionale. Entrambe chiamate a reprimere il dissenso nei confronti di quella che, ormai, era diventata la sporca guerra.

C’è solo da aggiungere che, allora, nessuno si sognava di invocare lo stop delle forniture di armi a favore di Hồ Chí Minh, il capo della resistenza vietnamita. Si sapeva perfettamente che solo così si poteva garantire che, alla fine, si sarebbe potuto giungere ad una pace giusta, che escludesse prevaricazioni di sorta. C’era anche allora il pericolo di un conflitto nucleare? Certamente. Vi era addirittura chi, come la Cina dei seguaci di Mao Tze Tung, auspicando un inasprimento del conflitto, derubricava quel pericolo. Per loro gli Usa erano solo una “tigre di carta”. Sebbene dotata, come eccepivano i sovietici, di artigli nucleari.

Rispetto ad allora le parole d’ordine di chi, oggi, invoca la pace sono completamente diverse. In esse non è implicito alcun progetto politico. Si spera solo che la divina provvidenza possa compiere un miracolo. Veramente troppo poco. Si dirà che non è questo lo spirito delle organizzazioni cattoliche che stanno tentando, nel nome di Francesco, di organizzare le prossime manifestazioni di protesta. Ma i loro limiti risultano evidenti anche quando si tenta, in extremis, di rimarcare la distinzione tra aggredito ed aggressore. Per confonderla poi in un confuso anelito di buone intenzioni.

Il citare in proposito le parole del papa è solo fuorviante. “Il mio appello – aveva esortato il Pontefice solo qualche giorno fa – si rivolge innanzitutto al presidente della Federazione Russa, supplicandolo di fermare, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte. D’altra parte, addolorato per l’immane sofferenza della popolazione ucraina a seguito dell’aggressione subita, dirigo un altrettanto fiducioso appello al Presidente dell’Ucraina ad essere aperto a serie proposte di pace”. Nella relativa sequenza del discorso è facile vedere, in controluce, una ben diversa attribuzione di responsabilità. Quella dell’Ucraina non è una guerra che nasce per caso. Come se si trattasse di una semplice calamità naturale, ma il riflesso di una scelta politica, compiuta dai russi, che non può essere posta sullo stesso piano di chi ha il diritto di difendersi.

Più di tanto non si poteva chiedere al rappresentante della Chiesa cattolica. Mentre lo si può esigere da movimenti che si ispirano a quel pensiero, ma che non hanno le stesse responsabilità. Ed ancor di più a quei rappresentanti di partito, come Giuseppe Conte, che vede, nel grande smarrimento collettivo di questa fase, l’occasione per accrescere il proprio consenso politico, approfittando soprattutto del trauma diessino, dopo la sconfitta elettorale. Il presidente dei 5stelle, nella sua intervista all’Avvenire, critica coloro che sono ossessionati dall’idea di voler “un’ipotetica vittoria militare sulla Russia” al punto da non temere né il rischio di “un’escalation con un folle ricorso a testate nucleare e armi non convenzionali nonché il rischio di una severa recessione economica”. Parole senza senso.

La sconfitta degli Stati Uniti, in Vietnam, fu politica e non militare. Alla fine gli Usa furono costretti al ritiro: sia di fronte ai non brillanti risultati conseguiti sul teatro di guerra, sia a seguito di una crescente pressione internazionale, che non lasciava scampo. Le grandi manifestazione per la pace, altro non furono che le proteste contro quella guerra e contro coloro che l’avevano voluta. E come tali contribuivano a dilatare quell’isolamento che, alla fine, avrebbe portato alla sconfitta politica e alla fine del conflitto. Ingredienti che dovrebbe ritrovarsi anche oggi, nel mutato contesto internazionale.

Ne deriva che non ha senso continuare a dire no all’invio di armi, come hanno fatto, anche due giorni fa, gli eurodeputati 5Stelle, negando il loro voto ad una risoluzione del Parlamento europeo. Agendo in questo modo si indebolisce il fronte della resistenza nei confronti di un aggressore che non è disposto a fermarsi di fronte alle sole parole. Putin può essere costretto a rinunciare ai suoi piani di aggressione non se sconfitto militarmente, ma se impossibilitato politicamente a perseguire i propri obiettivi. Per ottenere un simile risultato é necessario, innanzitutto, che gli Ucraini possano continuare a difendersi. E che il fronte della protesta internazionale si estenda sempre più, fornendo all’aggredito ogni possibile aiuto: militare, politico e finanziario.

Bene allora marciare uniti contro la guerra. Ma avendo chiaro che questo significa protestare contro Putin, per costringerlo a ritirare le truppe dai territori occupati. Avere cioè parole d’ordine che non lascino spazio ad alcune ambiguità. Per non lavorare, altrimenti, a favore del Re di Prussia. Per ingenuità o semplice tornaconto individuale.

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Non ha senso continuare a dire no all’invio di armi all’Ucraina. Agendo in questo modo si indebolisce il fronte della resistenza nei confronti di un aggressore che non è disposto a fermarsi di fronte alle sole parole. L’analisi di Gianfranco Polillo

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