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In mezzo alle proteste di questi giorni, che in qualche modo segneranno il futuro della Repubblica islamica, è riapparso in pubblico Ali Khamenei, la Guida Suprema sulle cui condizioni di salute (non buone) si specula da tempo – anche durante queste manifestazioni, tra chi gli augurava la morte e chi minacciava altrettanto contro il figlio Mojtaba, in predicato di succedergli.

Parlando durante una cerimonia all’Accademia delle forze dell’ordine, lunedì 3 ottobre, Khamenei ha rilanciato il solito playbook del regime sul coinvolgimento straniero (israeliano e statunitense) dietro alle manifestazioni, dimostrando parte dei grandi limiti dell’attuale establishment iraniano. La leadership è paranoica, isolata, centrata sul mantenimento del potere e teme un rovesciamento.

La vicenda di Mahsa Amini – morta dopo il pestaggio subito in una caserma dove era stata portata dalla polizia morale perché non indossava correttamente il velo – ha scoperchiato una rabbia latente, diffusa soprattutto tra i giovani iraniani, contro l’assenza di libertà e in definitiva l’assenza di un futuro potabile. Khamenei ora ha bisogno di salvare il regime, di salvaguardare il potere dai rischi di una guerra civile.

Ammettere che le donne possono essere sostenitrici della Guida anche se non indossano l’hijab potrebbe essere una formula salvifica. Ma non è detto sia definitiva, e soprattutto non è detto che la Guida e i lati più reazionari della presidenza e della leadership – dove il ruolo del Sepâh pesa – siano d’accordo su certe concessioni.

Le manifestazioni, partendo dall’istanza femminista del velo che le ha avviate, stanno ormai coinvolgendo in modo trasversale tutte le classi sociali – a differenza di ciò che era successo nel 2019, quanto le proteste erano veicolate dalle fasce più povere, che protestavano contro il peggioramento delle condizioni della vita quotidiana a causa dell’aumento dei costi di prodotti di prima necessità come la benzina.

Tuttavia questo grande moto popolare che interessa tutto il Paese rimane acefalo, senza un riferimento politico o un leader movimentista che le guidi, una personalità che possa incanalare le proteste e rappresentare la vera sfida al regime, fa notare l’iranianista italiana Annalisa Perteghella. “È questo che ci porta a presumere che anche in questo caso le proteste si spegneranno: si parla di rivoluzione, ma ai tempi della rivoluzione islamica c’era una figura come Khomeini, che in questo caso non esiste”, spiega a Formiche.net.

Quando si spegneranno, sarà per la repressione sanguinosa del regime, oppure perché ci saranno parziali aperture? Khamenei potrebbe anche aver percepito che è il momento di dare qualche concessione, ma intanto le bande armate al soldo del regime stanno picchiando chi scende in strada per manifestare. Diversi morti e i feriti negli scontri e nelle rappresaglie.

“Il timore è che mancando un leader nelle proteste, altre entità cerchino di appropriarsene e questo è il timore principale per il regime iraniano. Ci sono personalità della diaspora e c’è il MEK (acronimo dei Mojahedin del Popolo Iraniano o Esercito di Liberazione Nazionale dell’Iran, gruppo anti-governativo iraniano con forti connessioni internazionali, ndr) che cercano di intestarsi un ruolo”, spiega l’esperta.

“Parte della risposta della leadership – continua – potrebbe essere dettata dal timore di ricevere una spallata. È nelle paranoie di un regime debole, che dimostra le proprie debolezze nelle repressioni dentro le università, dove la polizia va a picchiare gli studenti che protestano, ossia il regime reprime le manifestazioni dei migliori talenti del Paese: è autodistruttivo”.

Quanto peseranno queste manifestazioni sul comportamento internazionale dell’Iran, per esempio su dossier come i negoziati per ricomporre l’accordo nucleare Jcpoa o le attività regionali di Teheran? “Alcuni governi europei hanno espresso preoccupazione riguardo alle proteste – risponde Perteghella – chiedendo all’Iran di gestire la situazione senza eccessi e repressioni. Tuttavia credo che ci sia volontà di tenere le cose separate, e il negoziato non sarà interrotto anche perché non vedo altre alternative”.

La situazione sembra senza via di uscita. Il regime iraniano si chiude e diventa iper-paranoico, ma nel frattempo i radicali al governo hanno proceduto con l’arricchimento atomico fino a livello militare. Se l’Iran non negozia qualche forma di accordo sul nucleare, non vedrà mai il suo mercato riaprirsi – a causa delle sanzioni statunitensi e davanti al rischio di nuove sanzioni europee. E dunque non vedrà mai la possibilità di risollevarsi dalla crisi economica, che è tra le ragioni delle proteste. Allo stesso tempo, il timore del regime è apparire debole facendo concessioni negoziali all’Occidente (leggasi agli Usa), e – nell’ottica quasi schizofrenico della leadership iraniana – il timore è che questo possa significare la propria fine.

Il paranoico regime iraniano reprimerà le proteste o concederà qualcosa?

Secondo l’esperta di Iran Annalisa Perteghella, le proteste contro il regime di Teheran hanno un problema: sono senza leadership, acefale, e per questo rischiano di disperdersi nel tempo, sotto la repressione (visto le paranoie del regime) o davanti a qualche minima concessione

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