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Il sistema dell’idrogeno, immaginato come alternativa pulita all’utilizzo dei combustibili fossili nell’industria pesante, è ancora tutta da costruire. La molecola è un elemento centrale dei piani europei di decarbonizzazione, a patto che non sia a sua volta prodotta utilizzando idrocarburi o sottraendo energia pulita che potrebbe essere impiegata altrove. Il percorso di crescita del settore è ancora in fase di definizione; anzi, in Unione europea, leader della transizione, si è impegnati a decidere cosa qualifichi come idrogeno verde.

Ieri, in ampio ritardo sulla tabella di marcia, la Commissione ha pubblicato le nuove regole, ancora da approvare ma date quasi per certe, su cosa si possa qualificare come idrogeno “verde” e possa dunque essere sovvenzionato a piene mani per favorire la decarbonizzazione. Nella fattispecie, sono tre tipologie. La prima è l’idrogeno prodotto da impianti direttamente collegati a una nuova fonte di elettricità rinnovabile. Poi c’è l’idrogeno prodotto utilizzando energia dalla rete, a patto che la zona elettrica locale abbia utilizzato una quota media di energia rinnovabile superiore al 90% nell’ultimo anno.

Infine, c’è la terza tipologia di idrogeno verde: quello prodotto utilizzando l’elettricità della rete, in regioni che rispettano un limite stringente di emissioni di CO2, a condizione che il produttore firmi anche un accordo di acquisto di energia elettrica a lungo termine con un fornitore di elettricità rinnovabile locale. E in questa categoria rientreranno, con ogni probabilità, le zone energetiche caratterizzate da impianti nucleari. Una vittoria per la Francia, che ha combattuto con l’avversa Germania così come avvenne con la tassonomia (leggi: le definizioni di quanto siano rinnovabili le fonti di energia).

Insomma, se tutto va come spera Parigi, il nucleare francese potrà essere impiegato per produrre la molecola del futuro e trasformare la Francia in un importante produttore europeo. Un risultato a cui punta anche l’Italia, che all’assenza di impianti nucleari può contrapporre le interconnessioni via gasdotto con i Paesi del Mediterraneo allargato – tra cui quelli in Nordafrica e Medioriente – che ben si prestano alla produzione di idrogeno verde mediante energia rinnovabile. Previa, naturalmente, la riqualificazione dei “tubi” per adattarli a questa molecola più sfuggente del metano, e massicci investimenti nella capacità di generazione dei suddetti Paesi che il governo di Giorgia Meloni punta a facilitare con il cosiddetto Piano Mattei.

Specie negli ultimi mesi, la spinta europea verso la transizione è da leggere anche attraverso le lenti della necessità di conservare la competitività del sistema-Europa (in testa alla corsa verso l’idrogeno) rispetto ad altre potenze economiche in grado di iniettare miliardi in sussidi, quali Cina e Usa. Dalla prima proviene il 40% di tutti gli elettrolizzatori venduti al mondo, cioè i macchinari necessari per produrre l’idrogeno dall’acqua separandolo dall’ossigeno. Essendo quelli cinesi tecnologicamente inferiori ma molto meno costosi di quelli occidentali, l’Occidente rischia una riedizione della dipendenza dal comparto del solare cinese.

Per quanto riguarda gli States, non è ancora chiaro se diventeranno esportatori oltre che partner nella sfera dell’idrogeno verde. Trasportarlo sotto forma di ammoniaca comporta una notevole perdita di energia, dunque di attrattività del commercio via mare. E liquefarlo come si fa con il gas (a temperature prossime allo zero assoluto) presenta sfide tecniche di difficile soluzione. Rebus sic stantibus, e considerando che non si sa ancora bene che ruolo avrà l’idrogeno nella società del futuro – cosa che avvantaggia un ecosistema di ricerca vivace – il rischio si limita al fatto che le aziende europee possano trovare condizioni più vantaggiose oltreoceano.

Come evidenzia Robinson Meyer del New York Times, quasi 26 miliardi di dollari andranno nella creazione “di hub per l’idrogeno in tutto il Paese, zone speciali in cui aziende, università e governi locali potranno costruire i macchinari e le competenze di cui la nuova industria ha bisogno”, investimenti in infrastruttura e ricerca e de-risking per chi vuole produrre progetti dimostrativi, ma finanziariamente rischiosi. Infine, c’è il credito d’imposta (non limitato all’idrogeno) che potrebbe fruttare “forse 100 miliardi di dollari o più nei prossimi decenni”. Anche se non è assolutamente detto che il “bazooka” economico si traduca direttamente in un’ecosistema capace di creare valore.

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