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“Contattata dal Foglio, la polizia ha spiegato che l’ufficio non desta particolare preoccupazione perché ‘si occupa solo di pratiche amministrative e non di pubblica sicurezza’”. Così il 3 settembre sul Foglio Giulia Pompili parafrasava la risposta ricevuta dal ministero degli Interni in merito alla notizia della stazione di polizia di servizio per i cinesi d’oltremare del Fuzhou a Prato. Niente da vedere, move on come direbbero gli amici inglesi.

Purtroppo – e duole dirlo visto vigli gli accordi collaborazione del Viminale con le forze repressive, dentro e fuori la Repubblica popolare, del Ministero per la Pubblica sicurezza cinese –, da vedere c’è molto.

Nei giorni scorsi Safeguard Defenders ha pubblicato la sua ultima inchiesta sulle tattiche della crescente repressione transnazionale del Partito comunista cinese: 110 Overseas – China’s Transnational Policing Gone Wild. Partendo dalle dichiarazioni dal ministero per la Pubblica sicurezza, che ad agosto di quest’anno ha affermato di aver “educato e persuaso a tornare” dall’estero 230.000 persone tra aprile 2021 e luglio 2022, abbiamo svelato un’operazione di polizia del tutto illegale in corso su cinque continenti, guadagnandoci peraltro un attacco bot sui social media con centinaia di profili di impersonificazione. Il metodo del “persuadere a tornare” era già stato ampiamente documentato nel nostro rapporto Involuntary Returns di gennaio di quest’anno: è un elegante eufemismo per le minacce e le ritorsioni esercitate sui familiari rimasti in Cina o, all’occorrenza, trasmesse direttamente all’individuo bersaglio su suolo straniero. Sono operazioni del tutto illegali sotto il diritto internazionale, istillano – e sono progettati per istillare – paura nelle comunità in esilio, e infrangono gravemente la sovranità territoriale degli Stati terzi sui quali si trovano i bersagli.

Di fronte a una reale e crescente epidemia di frode telematica e su indicazione delle autorità centrali, nel 2018 alcune province cinesi adottano esplicitamente le tattiche appena descritte per combattere il fenomeno, incluso misure punitive contro i bambini. Le misure sono talmente ad ampio raggio che persino l’agenzia di stampa statale Xinhua le mette pubblicamente in questione.

Le operazioni mirano innanzitutto al Sud-Est asiatico con un avviso di emergenza, ma si espandono rapidamente sui cinque continenti. Ed è qui che entrano in gioco le Overseas Police Service Stations (le stazioni di polizia di servizio d’oltremare), le quali secondo le autorità italiane sono del tutto innocue. Sulla base di dichiarazioni dalle autorità di due contee in particolare, Fuzhou e Qingtian, Safeguard Defenders ha potuto documentare come queste stazioni abbiano sì delle funzioni amministrative legittime, ma anche un ruolo ben più nefario che lede gravemente alla sicurezza e la sovranità territoriale degli Stati terzi dove sono presenti.

Sorvoliamo un attimo il loro legame diretto con il dipartimento di Lavoro del Fronte Unito sulle cui associazioni territoriali le stazioni sembrano espressamente impiantati e il quale è già conosciuto – o dovrebbe esserlo – per il suo contributo alla repressione transnazionale, e concentriamoci su quelle altre “funzioni” dichiarate dalle autorità di pubblica sicurezza: “Il 10 gennaio [2022, ndr.] l’Ufficio di pubblica sicurezza di Fuzhou ha aperto un servizio di allarme 110 all’estero, permettendo i cinesi d’oltremare di Fuzhou all’estero di chiamare la polizia per chiedere aiuto e allo stesso tempo reprimere risolutamente tutti i tipi di attività illegali e criminali legate alla Cina all’estero”. 

È soltanto una delle tante dichiarazioni in merito, con un modello peraltro lodato come esempio dal ministero per la Pubblica sicurezza nazionale a fine agosto. La stazione di Prato descritta dal Foglio fa parte di questa rete, ma per capirne il potenziale rischio dobbiamo guardare le stazioni operate da qualche anno – anche a Roma, Milano e Firenze – da un’altra contea: Qingtian.

Già il 23 maggio 2019, su People’s Public Security News troviamo un articolo sull’“innovativa creazione di centri di servizio di polizia d’oltremare” dell’Ufficio di pubblica sicurezza della contea di Qingtian, le quali forniscono “servizi convenienti per il vasto numero di cinesi d’oltremare” in 21 città citate in 15 Paesi, e per le quali hanno assunto “135 leader cinesi d’oltremare nati a Qingtian e leader di gruppi cinesi d’oltremare”, “costruendo una squadra di oltre 1.000 persone” coordinata da un “centro di collegamento domestico”.

Oltre a elencare le prestazioni di servizi oggettivamente utili alla comunità Qingtian d’oltremare di una citata 330.000 persone in oltre 120 Paesi come il rinnovo dei passaporti, l’articolo fa espressamente riferimento al ruolo dei centri d’oltremare nella “raccolta di informazioni sui sentimenti cinesi d’oltremare e le opinioni pubbliche”, il lavoro di “influenza politica”, nonché i suoi sforzi di polizia globale nell’ambito dell’operazione Fox Hunt: “Attraverso l’istituzione dei centri di servizio all’estero, la polizia della contea di Qingtian ha compiuto passi avanti nella sua ricerca all’estero dei fuggitivi. Dal 2018, la polizia di Qingtian ha individuato e risolto sei casi criminali relativi ai cinesi d’oltremare, arrestato con successo un latitante e persuaso due latitanti di arrendersi sotto l’assistenza dei centri d’oltremare”.

In un altro articolo troviamo un esempio più dettagliato del ruolo del centro d’oltremare nella riuscita “persuasione a tornare” di Xia, bersaglio dell’operazione Fox Hunt per accuse di furto e latitante in Serbia. “Grazie a molti sforzi investigativi, la polizia ha trovato il luogo in cui Xia si nascondeva a Belgrado. Dopo essere entrata con successo in contatto con Xia attraverso il centro servizi d’oltremare, la polizia di Qingtian ha lavorato insieme ai membri del personale del centro servizi d’oltremare per portare a termine la persuasione a tornare attraverso la comunicazione audio e video di WeChat”.

In un altro esempio del 2020 per un latitante ricercato per presunto inquinamento ambientale in Cina, dopo il fallimento di “un inseguimento online”, la Procura di Qingtian si è appoggiata sulla Qingtian Hometown Association of Spain, attraverso la County Overseas Chinese Federation. Alla fine, “con gli sforzi di tutte le parti, Liu iniziò ad avere l’idea di tornare in Cina per arrendersi” e poco dopo si arrese a Qingtian. Dopo il successo dell’operazione, Ji Yongjun, membro a tempo pieno del Comitato della Procura della contea di Qingtian e presidente della Federazione cinese d’oltremare, avrebbe affermato che “la procura lancerà un meccanismo rapido per gestire i casi che coinvolgono i cinesi d’oltremare”.

Ora, le stazioni di servizio sono solo le ultime in una lunga serie di attività illegali intrapresi dalle autorità cinesi per “estendere i tentacoli delle procure all’estero” e reprimere il dissenso su scala mondiale, come già denunciato anche dal direttore dell’FBI. Rappresentano una grave ingerenza sulla sovranità territoriale e giudiziale dei Paesi in cui queste operazioni vengono svolte, nonché un pericolo e minaccia costante per i diritti fondamentali dei potenziali bersagli ovunque nel mondo.

Piuttosto che un’alzata di spalle, dovrebbe essere evidente che l’istituzione espressa di una forza di polizia parallela deve destare preoccupazione e merita perlomeno un monitoraggio permanente, nonché un chiaro avvertimento dalle autorità italiane che qualsiasi attività di polizia illegale verrà perseguitata. Vanno inoltre istituiti dei canali sicuri di segnalazione e di protezione per le comunità e gli individui più a rischio di tali operazioni, non solo per mappare eventuali attività illecite ma anche per contrastare l’effetto silenziante secondario alle quale mirano.

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