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“La consegna dei Leopard non altera immediatamente l’andamento della guerra, ma ha un forte significato politico”. Lo dice Gregory Alegi, giornalista, storico militare e docente presso l’Università Luiss, intervistato da Formiche.net sulla questione della consegna di carri pesanti da parte dei Paesi Nato, Germania in primis, all’Ucraina aggredita ormai da quasi un anno dalla Russia.

Come cambia la guerra dal punto di vista operativo?

Per prima cosa, non cambia tanto in fretta. Nel senso che i tempi tecnici di consegna del materiale, ma soprattutto di preparazione e addestramento non sono i tempi mediatici. Immagino che il primo reparto equipaggiato con carri occidentali venga impiegato tra non meno di tre mesi. La questione è prettamente numerica: per poter ottenere un reggimento corazzato devono arrivare praticamente tutti i carri dai vari Paesi che li invieranno. Ad esempio, la Norvegia ne manda 8, la Germania ne manda 14, ne servono almeno un centinaio per poterli impiegare sul campo. Non dimentichiamo poi la logistica, materia di cui i dilettanti non tengono conto, al contrario dei professionisti. Oltre ai carri armati devono arrivare i pezzi di ricambio, la strumentazione per le officine, le munizioni, tutto ciò che serve per utilizzarli per almeno due o tre mesi. Se avessimo voluto sostenere l’Ucraina contro una nuova offensiva russa in primavera avremmo dovuto inviare i Leopard a ottobre 2022.

Esiste invece un grande significato politico.

Questa è la conferma materiale del supporto occidentale a Kiev. Questi mezzi incarnano la volontà dei governi europei di spendere capitale politico per sostenere l’Ucraina. La Russia non ha ottenuto l’alleato politico che sperava emergesse dal giro di elezioni in Europa:  Macron è ancora al potere e in Italia è cambiato il governo, ma non lo schieramento internazionale. Ci sono dei segni di stanchezza sulla guerra da parte dell’opinione pubblica – anche se spesso viene da chiedersi quanto siano effettivamente estesi e quanto siano amplificati dai media. Il punto è che Mosca sperava che un Paese occidentale importante si sfilasse facendo scattare un effetto valanga. E questo non è avvenuto. Il governo tedesco ora non tornerà indietro. In Italia c’è una solida maggioranza su questa questione, non vi sono possibilità concrete di cambi di passo. Quindi, dal punto di vista politico, Putin ha perso.

Come si immagina che finirà questa guerra?

Dal punto di vista generale è chiaro che qualsiasi soluzione dovrà passare per un compromesso. Probabilmente l’Ucraina dovrà ingoiare qualche boccone amaro, resta da vedere quali e in che modo. Spesso in Italia si sente dire che un compromesso potrebbe essere lasciare ai russi la Crimea e creare uno statuto speciale per il Donbass. Questo, per quanto possa sembrare ragionevole dal punto di vista italiano, sarebbe un precedente pericoloso perché mostrerebbe ai russi che se tengono duro abbastanza a lungo possono annettere con la forza qualunque territorio. E tra dieci anni potrebbe tornare l’idea di riconquistare Cherson, per esempio.

Questo conflitto è l’atto più recente della disgregazione dell’Unione Sovietica? 

Diciamo che questa guerra porta al pettine nodi non risolti. Ovvero, qual è il posto della Russia post-sovietica nell’ordine europeo? Dagli anni Novanta ci si chiede se si sarebbe trasformata in un Paese grosso, relativamente ricco, di buona capacità produttiva industriale e con attitudini di buon vicinato, oppure se sarebbe rimasto il desiderio di affermazione di potenza e riconoscimento di status globale. La Russia non vuole essere un Paese normale, vuole essere un decisore della politica internazionale, vuole essere un Paese che traccia i confini sulla mappa. Questo rende molto difficile la convivenza con un’Europa che è largamente smilitarizzata e desiderosa di rapporti mercantilistici. Tanto che abbiamo smantellato le nostre forze armate al punto che fornire cento carri armati agli ucraini è un problema numerico. Gli europei hanno fatto grandi aperture alla Russia, di ogni tipo. Se Vladimir Putin si vede ancora nel ruolo sovietico con le sfere di influenza, i protettorati e gli Stati a sovranità limitata, si tratta di ricondurre questa auto-percezione russa a confronto con la realtà. E capire se siamo disposti ad accettarla facendone pagare il prezzo a qualcun altro oppure no. Questo dipende da come uscirà dalla guerra. E in questo senso, otterremo allora la risposta che aspettiamo dal 1991.

Come cambia la guerra con i Leopard. Il commento di Alegi

La consegna dei carri armati Leopard da parte tedesca non ha ripercussioni immediate sul corso della guerra, ma un importante significato politico. Questa l’opinione di Gregory Alegi, docente e storico militare, intervistato da Formiche.net

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