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Se fosse ancora in vita, The Fabelmans (2022) di Steven Spielberg, sarebbe piaciuto a François Truffaut (che nasceva novant’anni fa e se ne andò troppo giovane, a 52 anni). Per la prima volta la storia del cinema ci mostra l’amore di un bambino, poi adolescente e, ancora, giovane universitario, che cresce, tra le pieghe a zig zag della vita, coltivando l’amore per il cinema, non solo come spettatore, ma anche come autore. La lunga filmografia del metacinema si arricchisce grazie all’ultimo racconto di Spielberg (scritto insieme a Tony Kushner) costruito su un soggetto dallo zoccolo autobiografico, e intreccia, in montaggio alternato, gli amori di una famiglia, con il viaggio di formazione di un ragazzo tramite la settima arte.

La famiglia Fabelmans, è composta dal giovane padre Burt (il calibrato naïve Paul Dano) tra i cervelli apripista della proto-cibernetica alla General Motors, un’altrettanta giovane affasciante moglie, Mitzi (la polifonica Michelle Williams), pianista di talento che sceglie la famiglia al posto della carriera; e quattro figli, tra cui Sammy (un deciso Gabriel LaBelle, cugino filmico del ragazzo Jean-Pier Leaud), catturato sin dalla tenera età dalla magia del cinema. A completare il desco familiare, ecco un amico e collega del padre, che i piccoli chiamano “zio” Bennie (educato nel tradire, Seth Rogen), segreto e felice destinatario di gran parte del carico d’amore che Mitzi non riesce a riversare su suo marito.

ll tema centrale del film, motore del meccanismo drammaturgico, è la perenne lotta esistenziale tra l’amore per l’arte (o il lavoro) e l’amore verso le persone (o la famiglia).  Motivo innescato dal vecchio zio materno, Boris (sembra uscito da una di quelle storie surreali alla Juraj Jakubisko: è il plastico Judd Hirsch), ex circense, in visita ai Fabelmans. Rivolto a Sammy: “O ami le persone o l’arte. O il cinema o la famiglia. Devi scegliere. (…) Mettevo la testa nella bocca dei leoni. L’abilità era farlo quando i leoni non chiudevano la bocca”.

Spielberg è irresistibilmente attratto dall’aut/aut kierkegaardiano. Una sfida esistenziale che intercetta la vita di molti di noi, alla quale rispondiamo con le diverse soluzioni, ossia scelte. Quanti si rimproverano di non aver seguito il “proprio talento” per dedicarsi agli altri? Di converso, quanti “amando” il proprio lavoro, “troppo”, hanno eroso l’affetto verso gli altri, e sono stati accusati, forse a torto, di “egoismo”?

La famiglia Fabelmans, di origine ebraica, che noi seguiamo dagli anni Cinquanta ai Settanta, tra New Jersey, Arizona e California, si disarticolerà: ognuno seguirà i propri amori, sentimentali o professionali. Mitzi lascerà la famiglia per “aiutare” Bennie, rimasto a Phoenix. Burt, senza rancori, con un triste sorriso, lo accetterà. Egli, per dare un contributo concreto allo sviluppo della tecnologia, decide invece di restare ad Hollywood, con Sammy. Questi, un giorno, siamo nel sottofinale, lascia l’università per lavorare nel cinema.

The Fabelmans è l’occasione di Spielberg per tornare a fare lo storico del Novecento seguendo, quasi documentaristicamente, un gruppo in un interno. Qui si occupa della prima metà della seconda parte del XX secolo.  Lo spettatore italiano scopre che le tovaglie di carta e le posate di plastica arrivarono in Usa negli anni Cinquanta; che nei college vigeva un violento nonnismo (oggi si chiama bullismo) esercitato sui nuovi arrivati, soprattutto se ebrei; che taluni adolescenti cattolici, mal educati alla religione, potevano apparire esagerati. (Ma – caduta di stile –  dare l’idea dei cattolici, come fanatici e ridicoli, attraverso la parodia della diciassettenne Monica – la brava Cloe East -, di cui Sammy si infatua, appare dissonante con la poetica di un autore che chiede rispetto per l’ebraismo).

I rimandi cinematografici sono diversi: da Il più grande spettacolo del mondo (1952, di Cecil B. De Mille), primo film visto dal piccolo Sammy con i genitori al cinema, alla citazione indiretta di The Great Robbery Train (1903, di E. S. Porter), tramite uno dei corti “sperimentali”, in super8, girato da Sammy, con gli amici. Spielberg intende far conoscere ai giovani di oggi, che “girano” con il cellulare, l’affascinante storia della pellicola, delle cineprese non professionali, sino alla Arriflex 16mm. Ma accenna parimenti all’arte della regia (“non guardate in macchina!” ordina il giovane regista ai suoi amici attori e comparse) e del montaggio, quest’ultimo resa da Spielberg con un astuto barare (nel primo filmino non si vede Sammy riprendere il deragliamento del treno-giocattolo da più punti di vista, come poi risulta nel “montato”).

Alcune scene della vita familiare mostrano una delicatezza felliniana: la visita dell’anziano, stralunato ma saggio zio Boris, esperto circense; la danza di Mitzi, con la sua erotica silhouette disegnata dal controluce dei fari dentro una trasparente lunga camiciola bianca, durante il picnic notturno; o il finale, quell’incontro di Sammy con un empatico e burbero John Ford (un credibile David Linch) nel suo ufficio, che chiude il suo viaggio di formazione tramite la brevissima lezione sull’estetica filmica dell’orizzonte (prendere nota).

Torniamo a casa contenti per aver visto realizzato il sogno di un caparbio adolescente, aiutato, nei momenti di dubbio, anche da colui che gli ha scombussolato il pascoliano nido familiare (Bennie); sereni per aver assistito a una storia di una famiglia che si chiude con un (apparentemente) sereno divorzio. L’unico dubbio, di carattere psicologico, è sulla opposizione etica carriera/affetti, cara al saggio Spielberg: siamo sicuri che debbano essere i secondi a cedere in favore del talento o del lavoro, senza danneggiare il rapporto con l’altro e causare al soggetto eventuali indelebili cicatrici?

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