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L’Italia si faccia capofila naturale di un grande raduno eurobalcanico, nella consapevolezza che il suo ruolo di potenza adriatica può sbloccare la tensione tra Serbia e Kosovo. Così l’ex ministro della difesa Mario Mauro, che affida a Formiche.net un’articolata lettura del momento, complicatissimo, sul costone balcanico dove vede una situazione ancora critica e con tendenza al peggioramento.

Cosa c’è oltre la tensione tra Serbia e Kosovo?

Una tensione in seno ai Balcani è, per sua natura, una tensione destinata a compromettere la relazione non solo tra chi convive in stati limitrofi, ma la realtà di molte altre etnie e popolazioni intorno. Dire Serbia e Kosovo vuol dire anche riferirsi al mondo slavo, a quello albanese della grande Albania. Non va dimenticato come il Kosovo sia stata largamente un’operazione di marca statunitense e supportata dentro una prospettiva che aveva anche il senso di contribuire a prevenire un’infiltrazione russa nello scacchiere dei Balcani per il traffico serbo.

Tutto sembra precipitare nuovamente?

Oggi la questione rimane molto delicata e io non posso non riconoscere che le decisioni, per alcuni versi unilaterali, del presidente kosovaro Kurti abbiano fortemente condizionato gli ultimi eventi. E parimenti, da quel punto di vista, le risposte di Vucic rimangono combattute tra il bisogno di un percorso che li conduca all’Unione europea e il proverbiale orgoglio serbo. Per cui la questione si incrina e si rende difficile qui sbrogliarla, nonostante gli sforzi profusi dallo stesso Governo italiano, con Crosetto e Tajani che si sono prodigati in questa circostanza. Vedo però una situazione ancora critica e con tendenza al peggioramento.

In un momento in cui il Parlamento europeo è preso dal Qatargate, al di là delle dichiarazioni intenti, può bastare una generale presa di coscienza del problema, mentre poi vediamo le scuole chiuse e gli scontri nelle strade?

In concreto se mi posso permettere intanto partirei alla KFOR dove, a fronte di 3700 uomini, 800 circa sono italiani e che è sempre più in difficoltà perché, dovendo far fronte a uno stato di tensione crescente, le procedure elaborate a tavolino lasciano il tempo che trovano. Per cui è costretta a un’attività di raddoppiata vigilanza e di moltiplicazione delle sue sfumature istituzionali nel senso che in tante situazioni sopperisce alla fragilità e all’intemperanza di molte istituzioni, sia locali sia nazionali. Certamente rimane un punto di riferimento per la stabilizzazione di quell’area. Quello che va fatto è un coinvolgimento razionale delle realtà vicine.

In che modo?

Non avremo nessuna facilitazione nei negoziati se non riusciremo a coinvolgere, in un discorso responsabile, Paesi come l’Albania, la Grecia, la stessa Macedonia oltre a quelli nei Balcani che sono già nell’Unione europea. In questo senso una raccomandazione che mi sentirei di fare, ma senza voler apparire come chi detta la linea ai Governi, è che l’Italia potrebbe essere leader di un raduno di queste realtà offrendo a serbi e kosovari il coinvolgimento dei loro vicini perché sia tenuta fede a ogni tipo di accordo. In questo momento i diretti interlocutori fanno grande fatica a interloquire e bisogna quindi allargare il tavolo e coinvolgere coloro che dipendendo dalla pace nei Balcani e che possono avere tale interesse alla partita da sentire doveroso spendere la propria autorevolezza.

Nelle stesse ore delle tesioni serbo-kosovare si decide anche il destino della Bosnia: un’occasione di de-escalation?

Ci sarà, molto probabilmente, un via libera ai bosniaci con un elemento da sottolineare nella relazione con gli altri paesi, cioè che quello è il loro destino e che quindi quel destino vale più delle liti. Non sfuggo alla considerazione che la Bosnia è un terreno critico che ben conosciamo, cioè quello dove le tensioni di carattere etnico sono riproposte, se non addirittura centuplicate, in uno spazio più esiguo e con molte meno risorse di quelle di cui stiamo parlando. Coinvolgere in questo famoso scacchiere come gigante del Mediterraneo naturale l’Italia potrebbe essere uno strumento secondo me di grande utilità. Al contempo bisognerebbe valorizzare anche gli inviti alla moderazione venuti dallo stesso Tajani durante la sua visita e suggerire a tutti di sedersi attorno ad un tavolo e, magari, pensare all’esperienza della stessa Bosnia che, al netto delle difficoltà passate, ovvero in una situazione forse per certi aspetti più precaria anche dal punto di vista delle tensioni etniche, ha poi imboccato una strada risolutrice. Noi sappiamo che in Europa, al di là di tutto, le tensioni alla fine si smorzano. Quindi non è un percorso irragionevole, non è un percorso impossibile, è semplicemente un percorso in cui coinvolgere quelli che val la pena coinvolgere, più che pensare, con alle spalle l’ombra enorme del conflitto ucraino, di far entrare nella partita le grandi potenze.

Come impatta in questo scenario il ruolo della Turchia?

In questo senso l’Italia dovrebbe capire che è importante tener fuori la Turchia, che non entrerebbe in questo tipo di partita per trovare un equilibrio, ma piuttosto per acquisire un’ulteriore spazio di influenza: questo diventerebbe estremamente rischioso per l’Europa. L’Italia ha fatto benissimo fino ad ora ma, a questo punto, deve assumere la leadership di un’iniziativa che potrei chiamare da grande regione adriatica, al fine di gestire al meglio e col contributo di tutti il senso di una prospettiva e il senso di un’amicizia tra i popoli dei Balcani. Erdogan, atteso dalle elezioni la prossima primavera, sta creando le condizioni per cui diventi impossibile perderle e in questo senso è pericoloso in questo momento. Ha anche minacciato la Grecia con i missili e sta raschiando il fondo del barile di quell’orgoglio nazionale, nel tentativo di allontanare i partiti dell’opposizione, soprattutto quelli di parte curda, dal fare alleanze di comodo contro di lui.

@FDepalo

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