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I garbugli sono tanti, interconnessi e il quadro è altamente confuso.

Il primo “gliommero”, come lo ha voluto chiamare l’acutissimo Antonio Polito sul Corriere della Sera, riguarda il Pd, un partito in cerca di destino e d’autore che ha chiamato ben 87 saggi a riscrivere una carta per rifondare (di nuovo!) il partito.

Sembra accanimento terapeutico, ma è questione di stipendio. La Dc in crisi decise di sciogliersi, ma i suoi funzionari avevano spesso un lavoro, uno stipendio, anche fuori dal partito. I funzionari del Pd invece vivono di quello che gli da il partito direttamente o indirettamente. Senza Pd non hanno più niente, quindi devono tenere in vita il partito per restare in vita essi stessi.

Ma senza un progetto c’è solo un tirare a campare, e perché si dovrebbe votare per mantenere a uno sconosciuto uno stipendio, che non è un reddito di cittadinanza? Così il partito è morto.

Poi c’è il M5s con il suo reddito cittadinanza. La gente, i giovani, hanno bisogno di lavoro e dignità, della sensazione di essere utili. Dare invece un reddito in cambio di niente ha innescato una bomba atomica sociale. Non si cerca lavoro, si spegne ogni iniziativa.

Al sud, nelle famiglie più solide le madri lottano per non dare il reddito ai figli, che lo spendono, se va bene, in aperitivi alcolici, se va male, in droghe più o meno pesanti. Questo reddito distrugge ogni cosa sul suo cammino, oltre a sfondare le già immiserite casse pubbliche. Se il M5s del reddito prende in eredità i coriandoli del Pd, del paese non resta alcunché.

Forza Italia è appesa all’86enne Silvio Berlusconi. Non c’è uno suo rimpiazzo. Per quanto si possa augurare cent’anni e più al cavaliere, già oggi non lavora a pieno regime. Per lui dirige le cose Licia Ronzulli la quale, per quanto brava, non è Berlusconi.

La Lega è spaccata, al di là delle scissioni formali. Il salto a partito nazionale è fallito, quello localistico è perso. Se in Lombardia perde Fontana, o vince male, Salvini perde il partito e il governo cade. Ciò, secondo i sondaggi di oggi, non dovrebbe accadere, ma i prossimi due mesi, da qui al voto, potrebbero essere lunghi.

Infine il governo. Il ministro della giustizia Nordio ha detto in sostanza: riforma della giustizia o dimissioni. Ma le dimissioni, come ha fatto notare l’ottimo Stefano Folli, sarebbero quelle del governo. E poi?

Inoltre Fratelli d’Italia rimane nel suo ambito, come un fortino assediato, rimbeccando ogni attacco e ogni critica. Pare non rendersi conto che se si è al governo critiche e critici sono ovvie e scontate, e possono essere utillime. Occorre abbracciarli, non aizzarli. Nel consenso e nel silenzio c’è governo, nel chiasso delle polemiche il governo cade.

Così tutto resta appeso a un filo. C’è solo il presidente Sergio Mattarella che riesce a navigare tra questi flutti, e di questo passo dovrebbe essere rieletto la terza volta per tenere a galla il paese.

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