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C’è grande dibattito a livello internazionale sui numeri dell’ultimo rapporto della società Strand Consult, con sede in Danimarca, che raccontano la fortissima dipendenza della Germania dai fornitori cosiddetti “non affidabili” del 5G, ossia i cinesi Huawei e Zte contro i quali si sono mossi imponendo restrizioni diversi Paesi, guidati dagli Stati Uniti, per ragioni di sicurezza nazionale. La Germania si affida a loro (a Huawei) per il 59% della sezione di accesso (radio access network). Huawei è stata esclusa dalla parte core ma ormai le operazioni si svolgono sempre più nel cloud e la distinzione tra core e ran si sta riducendo. “Tutto ciò suggerisce che la tanto decantata Zeitenwende”, cioè svolta epocale,della Germania nella sua politica verso la Russia non è ancora una Zeitenwende completa nella politica della Germania verso la Cina”, hanno scritto Thorsten Benner, cofondatore e direttore del Global Public Policy Institute di Berlino, e Liana Fix, ricercatrice del Council on Foreign Relations, su Foreign Affairs. Ciò sembra ancor più vero alla luce del fatto che la presenza cinese nelle reti tedesca è addirittura in crescita. Infatti, nel suo rapporto del 2020 Strand Consult aveva calcolato che il 57% della ran 4G in Germania era composta da apparecchiature di “fornitori non affidabili”.

MILITARI A RISCHIO

Il generale statunitense Darryl A. Williams è il comandante dell’Esercito degli Stati Uniti in Europa e Africa, che ha sede a Wiesbaden, in Germania, e delle forze terrestri Nato (Allied Land Command). Supervisiona più di 20.000 persone. “Quando usa un telefono cellulare aziendale, il traffico viene inconsapevolmente inviato attraverso una rete costruita con apparecchiature cinesi”, scrivono gli autori del rapporto. “Allo stesso modo, quando i militari americani usano i loro dispositivi personali, si collegano a una rete cinese a rischio di intrusione”.

BERLINO NON È SOLA

Ma non c’è soltanto la Germania tra i Paesi a forte dipendenza cinese. Secondo il rapporto di Strand Consult, i Paesi Bassi e l’Austria superano la soglia del 50% con rispettivamente il 72% e il 61%. Tra i 31 rilevati, Cipro batte tutti: 100%. Anche il 51% dei componenti della rete 5G italiana è cinese (Huawei e Zte). E anche in questo caso il dato è in aumento rispetto alla rilevazione del 2020 sul 4G, quando la percentuale era del 41%. “Poiché il 50% dei clienti di telefonia mobile in Europa vive in Germania, Italia, Polonia e Austria, allora è un problema se questi governi non prendono sul serio la minaccia dei fornitori non affidabili”, si legge nelle slide condivise con Formiche.net. “E anche se è benvenuto il fatto che i governi e gli operatori di Danimarca, Svezia, Norvegia, Estonia, Lettonia e Lituania prendano sul serio la questione, ciò non cambia di molto i numeri europei. Queste piccole nazioni rappresentano solo il 3% della base clienti europea”.

LA VIA ITALIANA

A fine 2019 il Copasir, di cui Urso era allora membro prima di diventarne presidente un anno e mezzo dopo, aveva invitato il governo italiano a bandire i fornitori cinesi dalla rete 5G. “Non possiamo passare da una dipendenza energetica dalla Russia a una tecnologica dalla Cina”, ha spiegato nelle scorse settimane Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, a Formiche.net. I governi che si sono susseguiti negli ultimi anni hanno escluso la strada dei divieti lavorando in un contesto di rafforzamento dei poteri speciali e di certificazione delle tecnologie con l’istituzione dell’Agenzia per la cybersicurezza all’interno della quale rientra il Centro di valutazione e certificazione e nazionale che, attraverso i laboratori per i test, è chiamato a valutare la sicurezza e l’affidabilità della tecnologia fornita ai soggetti “essenziali per lo Stato”.

LE SCELTE DI TIM

Intanto, Tim ha confermato l’impegno a ridurre gradualmente le apparecchiature “made in China” dalla sua infrastruttura di rete. Il piano annuale, approvato dal governo Draghi in una delle ultime riunioni del Consiglio dei ministri, prevede: per la parte core l’utilizzo al 100% di apparecchiature della svedese Ericsson; per l’implementazione di reti private dedicate c’è in campo l’italiana Athonet; per la ran, attualmente Ericsson è al 53%, la finlandese Nokia la 27% e Huawei al 20%. Ma Tim ha già avviato un processo di dismissione degli apparati Huawei che vedrà salire, si assicura nel piano annuale, Ericsson al 70% e Nokia al 30%.

L’ESPERIENZA AUSTRALIANA

Nel libro “Red Zone: China’s Challenge and Australia’s Future” (Black Inc), Peter Hartcher, giornalista della testata australiana The Sydney Morning Herald, ha ricostruito ciò che ha portato l’Australian Signals Directorate a consegnare al governo la conclusione che il rischio legato ai fornitori cinesi “non poteva essere contenuto in modo soddisfacente”. “Ecco la cosa su cui la maggior parte dei commentatori si confonde sul 5G, compresi alcuni dei nostri amici americani”, ha raccontato un funzionario dell’intelligence. “Non si tratta dell’intercettazione delle telefonate. Abbiamo questo problema con il 4G, lo avevamo con il 3G”. Il vero problema è che Pechino potrebbe ordinare a Huawei o a Zte “di spegnere tutto, e questo bloccherebbe il Paese – parte o tutto”. “Il sistema fognario smette di funzionare. L’acqua pulita non arriva. Potete immaginare le implicazioni sociali di tutto ciò”, continua la spia sottolineando le molte applicazioni del 5G. “Oppure i trasporti pubblici non funzionano. O le auto elettriche a guida autonoma non funzionano. E questo ha implicazioni per la società, implicazioni per l’economia”. Ciò mette la rete 5G “in cima alla lista delle infrastrutture critiche che hanno bisogno di protezione”.

Occhio, oltre metà del 5G italiano è in mano alla Cina

Grande dibattito internazionale sui dati del rapporto Strand Consult che riguardano la dipendenza della Germania dai fornitori cosiddetti “non affidabili” (Huawei e Zte). E il nostro Paese? Fa meglio, ma di poco. Ecco tutti i numeri e le scelte di governo e aziende

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