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InfoWars, il sito statunitense di “controinformazione” diventato una delle fonti di teorie complottiste più prolifiche dell’era digitale, è ufficialmente in bancarotta. Nonostante la smentita di Alex Jones, il suo fondatore, proprietario e conduttore principale, lunedì è emerso che tre compagnie da lui possedute, tra cui quella che controlla il sito, hanno presentato un’istanza di fallimento. Si tratta di una strategia per rallentare il fallimento definitivo e continuare le operazioni, secondo il processo di Chapter 11 bankruptcy negli States.

È l’ultimo sviluppo di una saga legale che dura da un decennio, ossia dalla tragedia di Sandy Hook del 2012. Fu una delle peggiori sparatorie in una scuola nella storia degli Usa, in cui morirono venti bambini e sei adulti (sette, considerando l’omicida che si tolse la vita sul posto). Successivamente Jones decise di sposare la teoria complottista secondo cui gli avvenimenti di Sandy Hook erano una bufala; la rilanciò più volte su InfoWars, trasmesso via internet, e accusò i familiari delle vittime e i sopravvissuti (apparsi anche in TV) di essere attori pagati.

Questi risposero a suon di cause, accusando Jones di essersi arricchito diffondendo bufale e di aver sobillato un’orda di seguaci del canale contro di loro. Intanto InfoWars faceva proseliti, l’operazione si allargava. Nel 2018 Alex Jones e i suoi canali furono rimossi permanentemente dalle principali piattaforme di social media per discorsi di odio e comportamenti abusivi: uno dei più importanti casi di deplatforming, in cui Jones, agli occhi dei suoi ammiratori (tra cui Donald Trump), divenne un paladino della libertà di parola.

Le tre cause contro Jones nate con l’affaire Sandy Hook si sono risolte a favore dei familiari e dei sopravvissuti nel 2021. Il conduttore ha continuato a dichiararsi innocente ma si è rifiutato di fornire diverse prove, tra cui i registri finanziari delle sue attività. Da allora si contratta: Jones si è offerto di pagare 120.000 dollari a ciascuna delle tredici parti in causa, ma loro non hanno accettato, anzi lo accusano di voler mettere a tacere l’intera faccenda e sospettano che lui nasconda una fortuna maggiore di quanto dichiarato.

Le implicazioni di questa vicenda vanno molto al di là dei danni che Jones dovrà corrispondere ai familiari delle vittime di Sandy Hook. Questa battaglia legale, nella sua interezza, è uno dei principali assalti al modello di business basato sulla disinformazione nell’era dei social media. Lunedì Jones ha ripetuto che non trae profitto dalle sue società, tesi smentita da chi conosce il settore. Le operazioni di Jones sono finanziate dai proventi pubblicitari, dalle donazioni dirette – spesso sollecitate dallo stesso conduttore, che chiede ai suoi seguaci di finanziare la “guerra mediatica” contro l’establishment – e dalla vendita diretta di prodotti marchiati InfoWars, che vanno dai vestiti agli integratori alimentari.

È proprio questo canale di vendita (InfoWars Health, una delle tre aziende in “bancarotta”) a offrire l’esempio più tangibile di come si possa monetizzare la disinformazione. Il classico copione di una puntata prevede gli assalti alla narrazione dei media mainstream (esempio: la diffusione del virus del Covid-19) e le critiche per le soluzioni proposte dai “potenti” (le misure di protezione, i vaccini), il tutto condito da un velo di complottismo (i microchip, il controllo delle masse).

Nel segmento successivo, ecco la soluzione: prodotti targati InfoWars, come conserve alimentari e integratori che difendono l’organismo, come testimoniano sedicenti esperti al fianco di Jones. Che è molto abile a non tirare mai una linea diretta: per continuare l’esempio di prima, dire che i vaccini non funzionano e offrire una soluzione farlocca sfora nel penale. Ma nella realtà alternativa dipinta da Jones e abitata dai suoi seguaci, la correlazione è evidente: non fidarsi del mainstream implica fidarsi di chi lo combatte, dunque dei suoi consigli e delle sue soluzioni.

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