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Ilarità e conferme. Poche altre volte, nei rarefatti contesti dell’intelligence occidentale, le parole di Vladimir Putin hanno suscitato tante reazioni come quelle delle ultime dichiarazioni sulla guerra in Ucraina che “ormai volge al termine”, pronunciate dal Presidente russo a conclusione della mesta parata per l’anniversario della vittoria sul nazismo svoltasi a Mosca in un’atmosfera da funerale.

Amara ilarità per l’incredibile faccia di bronzo di Putin e soprattutto conferme per la critica situazione nella quale è impantanata l’armata russa.
“Il Cremlino inciampa sul campo di battaglia”, titola il settimanale britannico The Economist che traccia una radiografia di quella che si preannuncia per Mosca come una sconfitta storica. “Per la prima volta in quasi tre anni, l’iniziativa sembra essersi spostata a favore dell’Ucraina” – scrive The Economist – “Dopo aver superato un inverno rigido, durante il quale le sue città e la sua rete energetica sono state bombardate quasi ogni notte da droni e missili russi, Kyïv sta ora ribaltando la situazione. Sta imponendo costi sempre maggiori alla Russia sotto ogni punto di vista”.

Costi rappresentati dall’enormità delle perdite, calcolate complessivamente in quasi 1,4 milioni fra morti e feriti gravi dall’inizio della fallita invasione, ma che negli ultimi mesi hanno raggiunto i 35.000 caduti al mese, e dalla cancellazione della copertura satellitare della rete Starlink col conseguente black out delle comunicazioni fra comandi e reparti avanzati russi, e soprattutto l’assoluta supremazia dei droni ucraini. L’ecatombe dei soltati russi è determinata anche dal sistematico abbandono dei feriti, denuncia Seth Jones, analista militare senior del Center for Strategic and International Studies di Washington.

L’onnipresenza dei droni ucraini in grado di eludere le intercettazioni e i disturbatori di segnale, provoca l’impossibilità di far giungere rinforzi e armamenti alle prime linee russe, che “non possono difendersi dagli attacchi dei droni, mentre l’Ucraina ha sviluppato diversi tipi di droni intercettori che ora abbattono circa il 95% dei droni d’attacco russi di tipo Shahed”, spiega Seth Jones su The Economist.

A marzo, per la prima volta, Kyïv ha superato Mosca nel numero di attacchi con droni a lungo raggio, colpendo sistematicamente obiettivi economici e militari a quasi 2.000 km dal confine. Attacchi che causano anche notevoli contraccolpi psicologici perché, smentendo clamorosamente la propaganda di Putin, il 70% della popolazione russa è a portata dei droni ucraini.

“Al tempo degli zar e di Stalin, la grande forza della Russia era la sua grandezza che le consentiva di assorbire gli eserciti invasori. Ma ora che l’Ucraina ha la capacità di penetrare così in profondità e colpire le sue infrastrutture, questa vastità è diventata una vulnerabilità”, ha osservato sul Wall Street Journal Ben Hodges, ex comandante dell’esercito americano in Europa.

Il 25 aprile, elenca The Economist, quattro dei migliori aerei d’attacco dell’aviazione di Mosca sono stati centrati a Shagol, una base nel cuore degli Urali meridionali. Ma gli obiettivi principali sono le raffinerie e le infrastrutture petrolifere, tanto che ad aprile, gli attacchi a porti e raffinerie hanno costretto la Russia a ridurre la produzione di 400.000 barili al giorno, secondo quanto riportato dalla Reuters. Anche se, nonostante le esportazioni russe di greggio nel complesso negli ultimi mesi siano diminuite del 7%, le entrate sono invece quasi raddoppiate grazie alla guerra con l’Iran.

L’analisi della situazione delle forze in campo evidenzia inoltre che ad aprile l’armata russa, invece che avanzare come sostiene Putin, ha subito una perdita netta di territorio. Secondo le mappe dell’Institute for the Study of War, un think tank di Washington, negli ultimi 30 giorni Mosca ha perso il controllo di 113 chilometri quadrati. Una lenta ma continua ritirata, determinata dalla necessità di sottrarsi all’implacabilità dei droni, mentre le forze ucraine nella maggior parte dei casi avanzano soltanto quando sono certe del ritiro dei nemici e della bonifica del territorio.
Ci sarebbe dunque la certezza di una situazione di difficoltà irreversibile e a rischio implosione, sostengono gli esperti di strategie militari, dietro le improvvise affermazioni di Putin sull’epilogo della guerra che lui stesso ha scatenato contro l’Ucraina e sul mediatore che vorrebbe imporre, l’ex Cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, per anni presidente di Rosneft, la società russa operante nel settore petrolifero e del gas naturale.

Affermazioni ancor più sorprendenti perché sovraespongono il Presidente russo nei confronti dell’ala ultranazionalista del regime che lo riterrebbe fatalmente responsabile della mancata vittoria contro l’Ucraina. E infatti le parossistiche misure di sicurezza attorno al Presidente che vive blindato nei bunker prevedono ora anche il divieto di portare orologi per chiunque lo incontri.

Bunker o meno, la situazione non consente alcuna alternativa e la plateale incapacità di incidere a livello internazionale, a sostegno degli alleati in Siria, Venezuela ed Iran, evidenzia il momento di massima debolezza di Putin.

Per l’economista Konstantin Sonin, professore alla Harris School of Public Policy dell’Università di Chicago è più che plausibile attendersi che a Mosca si verifichi un collasso politico e militare, proprio come accadde nella Russia del 1917 e nella Germania del 1918, quando la Berlino del Kaiser perse la guerra nonostante non ci fosse un solo soldato nemico sul suolo tedesco. “Al momento – afferma Sonin – nessuno può dire quando si verificherà il collasso. Ma prima o poi queste cose accadono sempre”.

Come dire che per evitare un crollo del Paese, come quello dell’Unione Sovietica, con le buone o con le cattive al Cremlino qualcuno spiegherà al Presidente Putin che quando una guerra si mette male non si può capovolgere la sconfitta con una giravolta negoziale.

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