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“Abbiamo messo in moto molte cose quando si tratta di politica commerciale. Posso anche immaginare ulteriori accordi, ad esempio, a lungo termine un accordo con la Repubblica popolare cinese. Ora abbiamo bisogno di partnership strategiche in tutto il mondo per rafforzare noi stessi, in particolare le nostre esportazioni”.

Con queste parole, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha aperto a uno scenario finora considerato marginale nel dibattito europeo: la possibilità di un accordo strategico, potenzialmente di libero scambio, tra Unione europea e Cina. La dichiarazione, resa durante una sessione di Q&A al Bundestag, segna un passaggio politico significativo e potenzialmente divisivo.

L’ipotesi di un FTA tra Bruxelles e Pechino non è nuova. Da anni è la Cina a spingere in questa direzione, nel tentativo di mantenere il più aperto possibile l’accesso al mercato europeo per le proprie esportazioni. Ma, come osserva Noah Barkin, analista del German Marshal Fund e di Rhodium Group tra i massimi esperti delle relazioni Ue-Cina, la dinamica commerciale tra le due economie si sta evolvendo in modo asimmetrico. In effetti, mentre l’Europa resta relativamente aperta, il mercato cinese si sta progressivamente chiudendo, soprattutto nei confronti delle esportazioni europee e in particolare tedesche.

Secondo Barkin, questo squilibrio riflette una precisa strategia industriale di Pechino basata sulla sostituzione delle importazioni, con implicazioni dirette per il tessuto manifatturiero europeo. In questo contesto, un eventuale accordo di libero scambio rischierebbe di favorire la Cina più dell’Unione europea — motivo per cui la Commissione europea ha finora mantenuto una posizione chiaramente contraria.

Il punto più delicato, tuttavia, è politico. Merz è perfettamente consapevole delle resistenze di Bruxelles. Nei mesi precedenti alla sua recente visita in Cina, funzionari cinesi avevano già cercato di spingere Berlino a sostenere l’idea di un accordo commerciale. Secondo ricostruzioni circolate negli ambienti diplomatici, lo staff del cancelliere avrebbe consultato la Commissione, ricevendo un’indicazione netta: un FTA con la Cina è, allo stato attuale, una cattiva idea. Non a caso, il tema non era emerso durante la visita ufficiale.

Perché rilanciare ora questa ipotesi?

Una prima lettura è che si tratti di una dichiarazione estemporanea, una “throw-away line” inserita in un discorso più ampio sulla diversificazione delle partnership commerciali. Necessità oggettiva per l’Ue, ma da cavalcare con partner affini, i cosiddetti like-minded, anche nella gestione politica della sfera economica. Ma c’è anche una seconda interpretazione, più strutturale: Merz potrebbe star segnalando un riposizionamento strategico della Germania — e, per estensione, dell’Europa — in un contesto internazionale sempre più frammentato. C’e l’oggettivo peso delle politiche internazionali di Donald Trump, tra scelte commerciali (leggasi dazi) e decisioni ancora più aggressive — su tutte, in questo momento, la scelta di attaccare l’Iran senza preventivi avvisi agli alleati, che subiscono i maggiori effetti negativi della crisi del mercato energetico che si è innescata come diretta e prevedibile conseguenza.

A un anno dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, un sondaggio di opinione pubblica globale di ECFR mostrava già come l’approccio transazionale “America First” stesse giocando a favore della Cina. Gli alleati di Washington, in particolare in Europa, si sentono sempre più distanti dall’America. Infatti, la maggior parte degli europei non considera più gli Stati Uniti un alleato affidabile e sostiene sempre più il riarmo. Il rischio è che le leadership politiche inizino a cavalcare il sentimento popolare e orientare decisioni e visioni in quest’ottica.

Ciò che appare chiaro è infatti che il cancelliere si trova a considerare la Cina come un potenziale “partner strategico”. Un’espressione che d’altronde aveva già utilizzato durante il suo viaggio a Pechino e che ora ripropone nel contesto parlamentare tedesco. Questo elemento segna una discontinuità rispetto alla linea più critica che aveva caratterizzato la sua postura precedente, in particolare sulle politiche commerciali e industriali cinesi.

Il cambio di tono non sembra dunque episodico, ma parte di un’evoluzione più ampia. In un momento in cui le relazioni transatlantiche sono attraversate da tensioni e incertezze — anche a causa delle scelte di politica commerciale provenienti da Washington — Berlino sembra esplorare margini di autonomia strategica più ampi.

Resta però una contraddizione di fondo. Se l’obiettivo europeo è ridurre le dipendenze critiche e rafforzare la resilienza economica, un accordo di libero scambio con una Cina sempre più orientata all’autosufficienza industriale rischia di andare nella direzione opposta.

In questo senso, l’apertura di Merz diventa un test politico: sulla coesione europea, sul ruolo della Commissione e, soprattutto, sulla capacità dell’Europa di definire una linea coerente tra competitività economica e sicurezza strategica. L’idea di un FTA Ue-Cina, oggi, appare meno come un progetto realistico e più come il sintomo di un’Europa che cerca nuovi equilibri — ma senza aver ancora risolto le proprie contraddizioni interne.

È però vero anche che con ogni probabilità quando a maggio Trump si recherà a Pechino, per l’incontro con il leader cinese Xi Jinping (rimandato causa guerra all’Iran), potrebbe tornare a Washington con un’ampio intesa strategica. E a quel punto, anche Bruxelles dovrà essere pronta a muoversi per contro-reazione.

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