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Sarebbero diverse le fonti informate, riportate da Politico, secondo cui la direttrice dell’intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, sarebbe pronta a portare sotto il controllo del suo ufficio la supervisione di In-Q-Tel, il fondo di venture capital legato alla Cia che da oltre venticinque anni finanzia innovazioni per gli 007 statunitensi.

Una leva strategica

In-Q-Tel non è un asset qualunque. Nato alla fine degli anni Novanta, quando il mondo dell’intelligence iniziava a fare i conti con la rivoluzione digitale, ha sostenuto progetti poi diventati centrali. Dall’analisi dei dati su larga scala alle tecnologie satellitari, fino alla cybersicurezza e all’intelligenza artificiale. Tra i casi più noti, investimenti precoci in realtà come Palantir o nelle tecnologie che hanno portato a Google Earth.

Il fondo, formalmente indipendente, è però alimentato dal Congresso attraverso la Cia, che ne orienta le priorità operative. Una relazione stretta e costruita negli anni, che ha consentito di allineare rapidamente innovazione e necessità operative.

Il progetto di Gabbard

Secondo quanto riportato da Politico, l’idea della direttrice dell’Office of the Director of National Intelligence (Odni) è quella di riequilibrare questo meccanismo, che vedrebbe In-Q-Tel oggi troppo concentrato sulle esigenze della Cia, mentre altre agenzie, dall’Fbi al National Reconnaissance Office, avrebbero bisogno di un accesso più diretto e sistemico alle tecnologie emergenti.

Da qui la proposta di trasferire la supervisione all’Odni, organismo nato dopo l’11 settembre proprio per coordinare l’ampia galassia delle agenzie di intelligence. I colloqui tra Odni e Cia sarebbero in corso da mesi e il progetto, secondo le fonti di Politico, sarebbe ormai in fase avanzata, con una prima circolazione interna di documenti operativi.

Resistenze e timori

Ma la partita è complessa e tutt’altro che chiusa. All’interno della comunità di intelligence e in Congresso emergono resistenze significative: la Cia e alcuni esponenti democratici guardano con scetticismo all’operazione. Anche tra i repubblicani, almeno per ora, non si registra una posizione compatta.

Le critiche si muovono su più livelli. Da un lato c’è il timore che spostare In-Q-Tel sotto l’Odni significhi appesantire un meccanismo che finora ha funzionato con relativa agilità. Dall’altro, si mette in discussione la capacità stessa dell’Odni stesso di gestire uno strumento così operativo, essendo tradizionalmente un organismo di coordinamento più che di azione diretta. Insomma, il dubbio è che intervenire su qualcosa che funziona possa rivelarsi controproducente.

Il nodo politico

Sul fondo pesa anche la figura di Gabbard. Negli ultimi mesi, la direttrice ha assunto posizioni controverse all’interno dell’amministrazione Trump, in particolare per il suo approccio non interventista. Una linea che le avrebbe progressivamente ridotto il peso nei processi decisionali più sensibili, come la pianificazione di operazioni militari.

A questo si aggiungono le critiche dei democratici, che la accusano di aver politicizzato il proprio ruolo, intervenendo su analisi e dossier interni e spingendosi su terreni, ad esempio la sicurezza elettorale domestica, considerati fuori dal perimetro del suo mandato.

Non sorprende, quindi, che alcuni osservatori leggano la mossa su In-Q-Tel anche come un tentativo di rafforzare il ruolo e la credibilità dell’Odni, oggi percepito da molti come un apparato sovradimensionato e poco incisivo.

Il passaggio al Congresso

Per diventare realtà, il piano dovrà passare dal Congresso, aumentando le incognite legate alla sua formalizzazione. Il senatore Mark Warner, vicepresidente democratico della Commissione Intelligence, ha già espresso forti perplessità. Allontanare In-Q-Tel dalle missioni operative quotidiane, sostiene, rischia di rallentare l’innovazione in un momento in cui la competizione tecnologica è cruciale per la sicurezza nazionale.

Un punto condiviso da una gran parte degli addetti ai lavori. La Cia, grazie alla sua doppia natura, analitica e operativa, avrebbe infatti una percezione più immediata, più pragmatica e chiara, delle esigenze tecnologiche rispetto a un organismo di coordinamento come l’Odni.

Una partita aperta

In gioco non c’è l’equilibrio tra agenzie, visione strategica e capacità di innovazione. In-Q-Tel rappresenta un modello di cooperazione pubblico-privato, oltre a essere una leva discreta ma decisiva nella competizione globale, soprattutto con attori come la Cina e la Russia.

Per questo la partita che si profila non è solo amministrativa, ma piuttosto una questione di potere, influenza e, soprattutto, di come gli Stati Uniti intendono organizzare il proprio apparato di intelligence di fronte alle sfide della competizione tecnologica globale.

La partita In-Q-Tel. Chi guida l’innovazione degli 007 Usa?

Gabbard tenta di portare In-Q-Tel sotto l’Odni, togliendolo alla supervisione della Cia. Una mossa che punta a ridistribuire l’accesso alle tecnologie tra le agenzie, ma che apre uno scontro interno tra apparati e solleva dubbi in Congresso

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