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Quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario degli attentati terroristici dell’11 settembre, una tragedia storica che continua a plasmare il panorama strategico del XXI secolo. Le immagini non sono sbiadite. Il crollo delle Torri gemelle, i civili in fuga per le strade di Lower Manhattan e i soccorritori che si precipitavano negli edifici in fiamme sconvolsero non solo gli Stati Uniti, ma il mondo intero. Quasi tremila persone provenienti da oltre 90 Paesi persero la vita, facendo dell’11 settembre uno degli attentati terroristici più letali della storia e un momento spartiacque per un’intera generazione.

Al di là della tragedia umana, gli attentati trasformarono profondamente il pensiero strategico americano, cambiando il modo in cui gli Stati Uniti concepivano la sicurezza, il rischio e il proprio ruolo nel mondo. Lo storico John Lewis Gaddis ha definito l’11 settembre la fine della certezza strategica, uno shock paragonabile a Pearl Harbor che pose fine al senso di sicurezza dell’era post-Guerra fredda. Costrinse i politici americani a ripensare il concetto di deterrenza, perché gli strumenti elaborati durante la Guerra fredda non erano stati concepiti per affrontare reti terroristiche non statali. Robert Kagan interpreta lo stesso evento in modo diverso, come il ritorno della storia. Le speranze che il mondo fosse entrato in un ordine liberale “post-storico” morirono quel giorno. Gli attentati mostrarono come il conflitto ideologico non fosse scomparso, ma solo passato in secondo piano, una realtà che il revisionismo russo e l’ascesa della Cina avrebbero confermato nei decenni successivi.

Gli attentati innescarono una trasformazione senza precedenti della sicurezza americana e transatlantica, portando la Nato ad attivare per la prima e unica volta nella sua storia l’articolo 5 del Trattato di Washington, ad assumere la guida della più lunga missione militare della sua storia in Afghanistan, e spingendo gli Stati Uniti a costruire un’architettura permanente per la sicurezza interna, investendo migliaia di miliardi di dollari nella guerra globale al terrorismo. Quella storica decisione della Nato dimostrò la forza della solidarietà transatlantica e ribadì che la difesa collettiva rimane il pilastro fondamentale della sicurezza euroatlantica.

Con il passare degli anni, tuttavia, le lezioni strategiche dell’11 settembre si sono estese ben oltre il contrasto al terrorismo. I due decenni durante i quali gli Stati Uniti e i loro alleati sono stati assorbiti dalla lotta al terrorismo sono stati anche, col senno di poi, anni nei quali la competizione strategica con Russia e Cina è stata sottovalutata. Gli attentati ampliarono il concetto stesso di sicurezza nazionale, che venne a includere sicurezza economica, leadership tecnologica, cyber-sicurezza, resilienza energetica e protezione delle catene di approvvigionamento. Tuttavia, questo ampliamento arrivò tardi, quando il momento unipolare era già stato consumato inseguendo una minaccia diversa. Ai due decenni dominati dal terrorismo è subentrato un contesto segnato dalla competizione tra grandi potenze, dalla coercizione economica, dalla rivalità tecnologica e dalla strumentalizzazione delle interdipendenze economiche.

La fiducia degli anni Novanta che geografia, superiorità militare e globalizzazione economica bastassero a garantire sicurezza, ha lasciato il posto a una dottrina fondata su prevenzione, resilienza e vigilanza strategica. La globalizzazione è forse l’esempio più evidente di questa trasformazione. Un tempo motore quasi esclusivo di prosperità, oggi è vista anche come fonte di vulnerabilità: un insieme di dipendenze che i rivali possono trasformare in leva geopolitica. Il confine tra sicurezza interna e internazionale si è praticamente dissolto. Attacchi informatici, disinformazione, pandemie, migrazioni, interruzioni delle catene di approvvigionamento non conoscono confini, costringendo politiche e costi ad adattarsi a una realtà profondamente cambiata. Intere generazioni oggi conoscono questa data solo attraverso i libri di storia. Questo passaggio dalla memoria alla storia comporta un rischio: che il significato più profondo di quella giornata svanisca, mentre le sue conseguenze continuano a influenzare il presente.

L’11 settembre non è stato soltanto un attentato terroristico. È stato il momento in cui gli Stati Uniti e i loro alleati sono stati costretti a ripensare il significato stesso della sicurezza e il prezzo necessario per difenderla. È questa la lezione che vale la pena ricordare venticinque anni dopo: la sicurezza non può mai essere data per scontata e non è mai stata gratuita; è semplicemente diventata molto più costosa. Le minacce sono cambiate, dal terrorismo alla competizione tra grandi potenze, dagli attacchi informatici alla coercizione economica, ma la verità di fondo resta la stessa. Le società aperte sono più forti non nonostante la loro apertura, ma proprio grazie alle istituzioni, alle alleanze e alla resilienza che consentono loro di affrontare nuove minacce senza rinunciare ai valori che le rendono degne di essere difese.

Formiche 227

Dopo le Torri gemelle. Così l'11 settembre ha riscritto sicurezza, deterrenza e alleanze. L'analisi di Zeneli

Di Valbona Zeneli

Intere generazioni oggi conoscono questa data solo attraverso i libri di storia. Questo passaggio dalla memoria alla storia comporta un rischio per il suo significato, mentre le sue conseguenze continuano a influenzare il presente. L’11 settembre non è stato soltanto un attentato terroristico, ma il momento in cui gli Stati Uniti e i loro alleati sono stati costretti a ripensare il significato stesso della sicurezza e il prezzo necessario per difenderla. È questa la lezione che vale la pena ricordare venticinque anni dopo. L’analisi di Valbona Zeneli, nonresident senior fellow presso Europe Center dell’Atlantic Council

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