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«Nella vita delle nazioni di solito l’errore di non saper cogliere l’attimo fuggente è irreparabile». Queste parole del 1956 di Luigi Einaudi, economista e primo Presidente della Repubblica, 65 anni dopo oltre a essere ancora di grande attualità, sono adattabili al momento che stanno vivendo l’Italia e l’Europa di oggi.

L’Unione europea e l’Italia sono infatti dentro uno di questi “attimi fuggenti”. Next Generation Eu e Piano nazionale di ripresa e resilienza ne sono, al tempo stesso, strumento, metodo e anima. Rivestono un’importanza cruciale per l’evoluzione dell’Ue e per gli Stati membri perché hanno posto le basi per definire sia aspetti tecnici fondamentali (una possibile politica fiscale centralizzata con effetti redistributivi fra Stati membri e con spazi di coordinamento rispetto alle politiche fiscali nazionali) e sia per dare uno slancio nuovo con una prospettiva politica al progetto dell’Eu.

Se entro il 2026 i maggiori Paesi dell’Ue realizzeranno con successo i progetti (riforme e investimenti) che hanno inserito nei loro singoli Pnrr e che rappresentano la chiave di accesso ai fondi del Recovery and Resilience Facility (il meccanismo che l’Europa si è dato), le istituzioni europee potrebbero essere infatti spinte ad aprire una discussione concreta sia sulla costruzione di una capacità fiscale accentrata e permanente e sia sul profilo politico e istituzionale di una nuova Europa. Per tutto ciò, il successo dei piani nazionali è condizione necessaria seppur non sufficiente.

Questa vicenda accade nel recentissimo passato, mentre proprio l’Europa viveva uno dei suoi momenti più difficili. Forse il più difficile.

Nell’ultimo ventennio, per il progetto lanciato con il Trattato di Roma del 1957, ci sono state diverse notizie positive, ma non si può non vedere come ciò che ha segnato l’intero continente siano stati i momenti negativi. Tre soprattutto: la crisi finanziaria del 2008, che ha creato una frattura economica e sociale fortissima; il riemergere dei nazionalismi e il crescente “distacco” tra comune sogno europeo e condivisione con i cittadini, con la conseguente crescita dell’antieuropeismo che ha preso forma in un diffuso consenso per i partiti antisistema; la Brexit che ha visto per la prima volta l’uscita volontaria (e non l’adesione) di uno Stato membro: caso ancora più rilevante considerato che il Regno Unito era uno dei grandi Paesi dell’Unione. Tre momenti difficili che hanno segnato il progetto europeo sino a metterlo apertamente in discussione.

Poi è arrivato anche “il cigno nero” per antonomasia: una pandemia mondiale, che ha colpito tutto e tutti, entrando nella carne viva delle comunità.

Non era mai capitato che oltre il 90 per cento delle economie mondiali soffrissero la contrazione simultanea del pil. Già a metà marzo 2020 i mercati azionari registravano perdite superiori a quelle della crisi del 2008, con gli investitori di tutto il mondo che hanno venduto anche l’asset più sicuro per eccellenza: l’oro.

È stato l’accadimento di quello che nessuno aveva previsto, il cigno nero appunto; espressione genericamente utilizzata come metafora per descrivere un evento non previsto e che ha effetti immediati e dirompenti. Si è anche parlato di una catastrofe annunciata che abbiamo ignorato troppo a lungo: forse tale lettura non è da escludere. Ma al netto dei tanti limiti e ritardi, sapere il come e il quando si verificherà una pandemia mondiale rappresenta davvero un’eventualità difficile da prevedere.

Dopo i primi tentennamenti l’Unione Europea ha però reagito. Nel suo ultimo intervento pubblico, Natale 2021, David Sassoli, prima di lasciarci a causa di una tragica quanto inattesa fine, da Presidente del Parlamento europeo spiegava bene con una sola frase tale sentimento: «Abbiamo ascoltato il silenzio del pianeta e abbiamo avuto paura, ma abbiamo reagito».

In maniera anche inaspettata rispetto a quanto si potesse immaginare, sono state messe in campo scelte politiche e forza economica inusuali che l’hanno rilanciata e rafforzata. Non senza sorpresa considerando i tempi di reazione e decisione, dall’arrivo dell’ennesimo cigno nero si è assistito a un colpo di reni di politica e istituzioni europee che, con strumenti nuovi e preparandosi ad affrontare le sfide future con un’ottica diversa, hanno capovolto la prospettiva trasformato i cigni neri in cigni bianchi! L’Ue col Next Generation Eu ha rilanciato il suo profilo. Per usare le parole di Mario Draghi ed Emmanuel Macron nella famosa lettera del dicembre 2021 al «Financial Times», «l’Unione europea è stata spesso accusata di fare troppo poco e agire troppo tardi nell’affrontare la crisi. La risposta collettiva alla recessione causata dal Covid-19 non è stata né troppo poco, né è arrivata troppo tardi. Ha dimostrato, piuttosto, l’importanza di una azione tempestiva e coraggiosa. E ha confermato i benefici del coordinamento nelle politiche tra Paesi e istituzioni».

Tutti gli Stati membri hanno reagito, ma l’Unione ha messo in campo un piano globale di rilancio che ha permesso ripresa economica e rafforzamento delle istituzioni continentali. È dalla fine della Seconda guerra mondiale che non si vedevano interventi di spesa pubblica di questa portata, messi in campo tutti con estrema rapidità. Ma l’Europa non si è solo difesa, ma ha appunto rilanciato con un’iniziativa condivisa che responsabilizza tutti e lega le risorse alla realizzazione di riforme utili per il futuro. La realtà che sembrava assegnare all’Ue un percorso di crisi e indebolimento permanente è stata capovolta, e grazie alle decisioni prese sono emersi due aspetti che la collocano invece in una nuova dimensione di futuro: a) una politica fiscale comune europea è possibile; b) una nuova dimensione politico-istituzionale è pensabile.

Il Ngeu pare funzionare, i meccanismi che ha introdotto per la valutazione della qualità della spesa pubblica, per le sue modalità di finanziamento, per il rafforzamento delle istituzioni europee disegnano un percorso nuovo che «offre un utile modello per il futuro». Accanto a questo, «una nuova strategia di crescita e, poi, una politica di bilancio rafforzata che vada in questa direzione – sempre Draghi e Macron – possono contribuire in modo decisivo e assicurarsi che l’Ue abbia i mezzi per agire e realizzare le sue ambizioni».

In questo contesto, per l’Italia, l’attuazione degli interventi previsti nel pnrr è una sfida decisiva per il Paese. Una «missione nazionale» l’ha definita Enzo Amendola che, in questi anni, da titolare della delega agli Affari europei ha seguito gestazione e concretizzazione dei documenti e dei vari passaggi. La sfida da cui dipende anche la credibilità verso i cittadini, verso i partner e verso l’Unione. Si è rafforzata l’Italia in Europa, si è rafforzata l’Europa in Italia e si è rafforzata l’Italia nel mondo. Tale importanza sul concetto di rafforzamento dell’Italia è stato anche uno dei passaggi più significativi del Presidente Mattarella in occasione del suo messaggio al Parlamento il 3 febbraio 2022 giorno del suo giuramento: «Rafforzare l’Italia significa anche metterla in grado di orientare il processo per rilanciare l’Europa, affinché questa divenga più efficiente e giusta; rendendo stabile e strutturale la svolta che è stata compiuta nei giorni più impegnativi della pandemia». Adesso, l’errore di non cogliere questo “attimo fuggente” – che Einaudi ha ben descritto – e il non saperlo gestire nella sua prospettiva di futuro, facendo sì che non sia appunto solo “un attimo”, è forse la cosa più importante.

Come nel Lago dei cigni di Čajkovskij, nel quale dopo una drammatica bufera, nell’ultimo atto, tornata la quiete appare un gruppo di candidi cigni; così a Bruxelles e nelle nostre città dopo una fase difficile, anche drammatica, è apparso un cigno bianco per la comunità dell’Unione Europea: proteggiamolo e diamogli una prospettiva. Servirà a tutti noi.

Può essere un’occasione europea e una prospettiva italiana.

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