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Di certo non è un gran momento per l’esercito di Vladimir Putin, indebolito dagli attacchi ucraini, mortificato dalle ritirate come quella di Kherson e infiacchito dalla recente iniezione di oltre 300mila civili mobilitati e arruolati senza adeguati addestramenti. La guerra non è perduta per la Russia, sia chiaro, però la situazione non è delle migliori su questo non ci piove. Una cosa è certa, combattere costa e distruggere un altro Paese anche.

A Mosca servono soldi, perché la sola vendita di petrolio e gas, per giunta a Paesi in via di sganciamento, non basta. E poi ci sono le sanzioni, che picchiano duro e demoliscono l’economia dell’ex Urss, un pezzo alla volta. Mosca è entrata ufficialmente in recessione, come hanno confermato gli ultimi dati diffusi dal servizio statistico della Federazione (Rosstat), che mostrano come il Pil russo sia calato del 4% nel terzo trimestre dopo aver messo a segno una flessione del 4,1% nel periodo compreso tra maggio e luglio.

Insomma, da qualche parte i denari debbono sbucare. Per questo l’intelligence britannica ha appena riferito della più grande emissione di debito mai realizzata in un solo giorno da Mosca lo scorso 16 novembre, grazie alla quale avrebbe rastrellato l’equivalente di 13,6 miliardi di dollari. Per sopravvivere, come detto, non bastano gli idrocarburi, ma bisogna fare debito con chi se la sente di prestare soldi al Cremlino. Anche e non solo perché la spesa prevista dalla Russia per la difesa nazionale per il 2023 è di circa 84 miliardi di dollari, il 40 per cento in più rispetto a quanto previsto nei mesi scorsi.

Ora, il futuro del conflitto, dal punto di vista della Federazione è dunque direttamente connesso alla possibilità di piazzare il proprio debito sovrano sul mercato. Il fatto è che nessuno, forse nemmeno Putin, sa davvero quanto costerà la guerra alle casse del Cremlino. All’Ucraina, cifre della Banca mondiale, non meno di 350 miliardi di dollari, mentre al mondo intero, secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, circa 2.800 miliardi di dollari tra produzione persa e potere d’acquisto azzerato, causa inflazione.

Nel dubbio sugli effettivi costi per parte sua, la Russia prova a rastrellare risorse dal mercato. Attenzione però, il vento potrebbe cambiare. Ne sono convinti gli stessi 007 inglesi, per i quali il prossimo anno, sperando che il conflitto cessi, per Mosca sarà molto più difficile convincere gli investitori a sottoscrivere i bond sovrani, alimentando lo sforzo bellico russo. E allora, la benzina potrebbe davvero finire.

(Photo by Maksym Pozniak-Haraburda on Unsplash)

La Russia si aggrappa ai mercati. Ma potrebbe essere l'ultima volta

Petrolio e gas non bastano più a garantire le entrate con cui finanziare lo sforzo bellico in Ucraina. E allora il Cremlino torna sul mercato e rastrella 13,6 miliardi di dollari, facendo sold out. Ma il prossimo anno potrebbe essere molto più difficile farsi prestare il denaro dagli investitori

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La notizia di un aumento della produzione Opec+ è stata subito smentita dai sauditi, ma cela una tensione che dura da mesi. Intanto Grecia, Malta e Cipro lanciano l’allarme sulle proprie petroliere che abbandonano la bandiera europea per preferire ownership extracomunitarie, nel tentativo di proseguire gli affari importando petrolio russo. Le misure dell’Ue e del G7 mirano congiuntamente a stabilire un embargo (quasi) totale e un price cap che interrompano i proventi di cui la Russia ha un bisogno disperato

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