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“Quanto accaduto dall’inizio alla fine nel fascicolo di demarcazione del confine marittimo è una grande vittoria per il Libano, il popolo e la resistenza”. Una buona parte dell’eccezionale successo diplomatico dell’accordo sulla perimetrazione dei confini marittimi tra Libano e Israele mediato dagli Stati Uniti, sta in queste parole del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah.

Il chierico sciita alla guida del partito/milizia collegato all’Iran ha cambiato posizione dopo che per molti mesi, mentre i negoziati venivano portato avanti, minacciava ritorsioni contro la firma. E invece, tre giorni fa, la firma c’è stata e Nasrallah ha contemporaneamente annunciato “la fine della mobilitazione eccezionale contro Israele”, in seguito all’accordo tra i due Paesi.

Certo, come faceva notare su queste colonne Giuseppe Dentice (CeSI), l’intesa riguarda un aspetto puntuale delle relazioni, ed Hezbollah potrebbe avere altri dossier su cui continuare a infastidire Israele anche per conto di Teheran — soprattutto se l’Iran continuerà a navigare tra immense difficoltà e il tentativo di ricomporre l’accordo sul nucleare Jcpoa naufragherà, Hezbollah potrebbe diventare una delle valvole (o proxy) di sfogo dei Pasdaran.

Ma intanto è un risultato, se si considera che il 13 luglio Nasrallah aveva apertamente minacciato Israele se avesse avviato lo sfruttamento del giacimento di gas di Karish, che si trova ai margini della zona economica esclusiva libanese e il cui uso da parte di Gerusalemme è adesso parte dell’accordo. Un mese dopo chiedeva ai miliziani di tenersi pronti per la guerra, ha mosso i riservisti e richiamato al Sud del Libano alcune unità speciali che da anni forniscono sostegno al regime assadista in Siria.

Movimenti tracciati anche dalla missione Onu di interposizione lungo il confine israelo-libanese, Unifil, che tre giorni fa ha fatto da scenografia — nella sua sede di Naqoura, Libano meridionale — al passaggio conclusivo dell’accordo. Passaggio che Nasrallah ha intriso di propaganda, specificando che “il Libano ha firmato un documento e Israele un altro documento da presentare agli Stati Uniti, e quindi nella forma e nel contenuto le autorità libanesi sono state molto precise nel non dare alcuna forma di normalizzazione con Israele”.

È una necessità per sostenere la propria narrazione, in cui lo stato ebraico è disconosciuto nella sua possibilità di esistenza e Israele è il nemico. L’intesa non è una normalizzazione delle relazioni in stile Accordi di Abramo con il Libano, ma potrebbe andare oltre al mero perimetro tecnico di cui ha parlato il presidente libanese, Michel Auon. Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, lo ha definito “un passo storico e aprirà la strada a un Medio Oriente stabile e prospero”. Non ci sono certezze definitive in merito, nella regione la situazione è fluida e potrebbe essere dinamizzata in modo esplosivo dagli effetti della guerra russa in Ucraina (non ultimo la crisi alimentare, di cui il Libano potrebbe essere uno dei Paesi più colpiti).

Tuttavia la forma di intesa mediata dagli Stati Uniti dimostra non solo che le capacità politiche di Washington sono più o meno irraggiungibili per ora, ma anche che ci sono soluzioni possibili. Da vedere col tempo quanto queste soluzioni più puntuali possano essere nodi, ganci, per qualcosa di più ampio.

“Amos, voglio ringraziare te e il tuo equipaggio per il grande lavoro, niente di meno che un grande lavoro, nel rendere possibile l’accordo tra noi e il Libano. Non sarebbe stato possibile senza di voi e senza il sostegno del Presidente Biden, che ci è stato vicino per tutto il tempo”, ha detto il primo ministro israeliano, Yair Lapid, incontrando Amos Hochstein, il diplomatico statunitense che ha mediato l’accordo in qualità di inviato speciale dell’amministrazione Biden.

“Si tratta di un accordo storico che rafforza la sicurezza e l’economia di Israele e porterà stabilità nella regione, che era l’obiettivo numero uno dell’intera operazione. Israele ha iniziato a produrre gas dal giacimento di Karish e diventeremo un importante fornitore di gas naturale all’Europa in un momento in cui il mondo ne ha un disperato bisogno”, ha aggiunto Lapid.

Parole che forniscono la dimensione dell’importanza dell’intesa per il quadro internazionale, che non riguarda solo la possibilità per Israele di diventare in fornitore europeo più solido in una fase di necessità, e l’occasione per migliorare la sicurezza energetica del Libano, ma anche l’opportunità di evitare un ulteriore fonte di potenziale escalation in una regione — il Mediterraneo orientale — dove le tensioni non mancano.

“L’accordo è un modello di nuova cooperazione economico-politica che attualmente i governi regionali possono vedere come uno dei principali obiettivi”, spiega in forma riservata una fonte dalla regione: “Ha la capacità di promuovere accordi simili tra altri Paesi, anche quelli che non hanno ancora stabilito relazioni formali con Israele, inoltre, offre la possibilità di ricevere un ampio sostegno internazionale, tanto che anche il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si è congratulato all’unanimità con questo accordo, creando la possibilità di innescare fattori di responsabilizzazione che contribuiscono alla stabilità della regione del Medio Oriente e alla sicurezza energetica in Europa”.

Uno dei temi di potenziale destabilizzazione riguarda la politica interna dei due Paesi. Israele va verso l’ennesimo voto, il primo novembre, con Benjamin Netanyahu — di nuovo in lizza come principale sfidante di Lapid — che ha già espresso una posizione critica sull’intesa. Lunedì in Libano invece si cercherà di trovare una soluzione alla scadenza del mandato presidenziale, in mezzo alle divisioni tra i leader politici di Beirut sempre più polarizzati e con entrambi gli schieramenti in grado di bloccare le mosse dell’altro. “Sebbene il loro comportamento passato sia di cattivo auspicio per una rapida risoluzione, le élite politiche di Libano devono elaborare un compromesso su un nuovo presidente”, scrive il Crisis Group.

Il Paese semplicemente non può permettersi un altro vuoto di potere, perché processi di recupero economico — e dunque sociale — sono strettamente vincolate alle riforme che il Fondo monetario internazionale ha richiesto prima di poter aprire i rubinetti degli aiuti. La stabilità interna è fondamentale per la postura internazionale del Paese, per la gestione del ruolo di Hezbollah e in definitiva per processi come quello innescato dall’accordo marittimo.

 

(Foto: Twitter, @amoshochstein)

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