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Il Venezuela rischia di mettere in guai seri la Cina e le sue compagnie. E anche le sue banche. La seconda vita di Caracas porta in dote un potenziale pericolo per il Dragonele cui big oil fino a qualche mese fa perforavano senza troppo successo gli immensi giacimenti venezuelani. Di che si tratta? Premessa. Il Venezuela di Delcy Rodriguez è diventato il nuovo terreno di confronto tra Stati Uniti e Cina. Al centro del campo di battaglia ci sono le riserve petrolifere del Paese, il futuro delle sue esportazioni e almeno 10 miliardi di dollari di debiti ancora dovuti alle banche cinesi.

Dopo aver annunciato al mondo il maxi-accordo per assicurare agli Stati Uniti una dotazione di oro nero da 65 miliardi di barili, l’amministrazione Trump ha chiarito che quello era solo l’inizio. L’obiettivo, infatti, è molto più grande e ambizioso: estromettere del tutto la Cina e potenze come la Russia dal mercato venezuelano, che da solo vale un quinto delle riserve di greggio globali. E per farlo, Washington è pronta fin da subito ad aiutare Caracas a ristrutturare il suo debito con l’estero, tra i più pesanti al mondo, circa 240 miliardi di dollari, oltre il 200% del Pil. Miliardi di cui una cospicua parte sono dovuti proprio alla Cina. Ed è qui che Washington ha fissato il primo paletto. Il segretario all’Energia statunitense Chris Wright, nel sottoscrivere l’accordo con Caracas, ha dichiarato apertis verbis che Pechino non avrà alcun diritto sui ricavi derivanti dalla nuova produzione venezuelana.

Il passaggio è delicato. Essendo il Dragone creditore del Venezuela, l’unico modo che aveva quest’ultimo di onorare il debito era la vendita di petrolio. D’altronde, fin dai tempi di Hugo Chávez, Paesi come Cuba, Cina, Russia e Iran sono diventati i partner centrali di un’architettura che combinava fornitura di energia, crediti, cooperazione tecnica e sostegno diplomatico. Attraverso accordi bilaterali e multilaterali, Caracas ha iniziato a offrire petrolio a condizioni preferenziali, con schemi di finanziamento a lungo termine e meccanismi di compensazione non monetaria. Queste intese si basavano sulla forza della compagnia statale, Pdvsa, durante i primi anni del chavismo, quando la produzione rimaneva elevata e le entrate le consentivano di sostenere ingenti impegni esterni.

Ora, è vero che negli ultimi anni la Cina ha ridotto la sua esposizione al Venezuela. Tuttavia il colpo arriverebbe comunque per Pechino. Proprio da quei miliardi di dollari di debito contratti da Caracas con le banche cinesi, legati a barili di petrolio non consegnati e che avrebbero dovuto fungere da garanzia sul debito stesso. Il colpo più duro potrebbe comunque ricadere sulle raffinerie cinesi, già alle prese con interruzioni nelle forniture provenienti dall’Iran. E anche aziende private cinesi, tra cui Concord Resources, hanno investito in partecipazioni in attività di estrazione di idrocarburi.

Barili amari per la Cina. Così il nuovo Venezuela inguaia Pechino

Il Dragone è uno dei creditori storici di Caracas, il cui debito sovrano con l’estero vale il 200% del Pil. E l’unico modo che il Paese sudamericano aveva per onorare il suo impegno era la vendita di greggio a Pechino. Ora però con il nuovo corso americano è tutto in discussione

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