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La nomina di Lorenzo Fontana a presidente della Camera dei Deputati pone in tutta evidenza una sfida politico-culturale, ma la cosa importante è, per chi non la condivida, capire di che sfida si tratti.

A me sembra evidente che Fontana indichi un desiderio di intransigentismo cattolico, cioè di un ritorno a quel che il cattolicesimo fu prima del Concilio Vaticano II, quando si definiva la libertà di coscienza un’aberrazione. Non è solo un cattolicesimo a favore della famiglia tradizionale, ma un cattolicesimo che nega il valore di ogni alterità, che si riteneva una società perfetta alla quale tutta la società si doveva uniformare.

Vedere in Maria la madre della vittoria di Lepanto, vittoria militare contro i saraceni cioè i musulmani sempre invasori, è un modo per fermare la storia, eternizzare i conflitti, impedire i processi di riconciliazione che sono alla base del pontificato e della cultura, ma soprattutto è un modo senza fondamento per capovolgere la preghiera mariana, il Magnificat del Vangelo, dove Dio fa ben altro: “Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. Questo culto mariano papa Francesco lo conosce benissimo, molto meglio di quello che fa dei rosari mariani, per le novene del tempo, il supposto vincitore della battaglia di Lepanto.
Ridurre il tradizionalismo di Fontana alla questione famiglia è un errore, perché perde di vista la sfida al Concilio che quel tradizionalismo comporta e quindi al dialogo, l’incontro, i semi di verità contenuti nelle altre fedi, il dialogo con “tutti gli uomini di volontà”, la rinuncia a imporre “la cristianità”.

Presentarsi a questa sfida con una candidatura che riduce un simile confronto a uno scontro tra famiglia tradizionalista e quindi patriarcale e visioni opposte riduce a una tematica ristretta una questione molto più ampia, direi decisiva: il Concilio inteso in senso non soltanto cattolico è l’evento culturale più rilevante del Ventesimo secolo perché ha posto in discussione non solo un intransigentismo integralista, quello cattolico, ma il suo metodo, che vale per tutte le culture. E il cattolicesimo nella cultura italiana non è poca cosa. Il Concilio è la rinuncia all’idea di uno scontro, un’alternativa del tipo “o noi o loro”. È questa oggi la base per rifiutare lo scontro di civiltà, i capri espiatori, e costruire una nuova idea di moderazione che non vuol dire “pacatezza”, ma riconciliazione nel nome di giustizia e verità da ricercare insieme, non solo con sé stessi.

Se ci fosse stato Stefano Ceccanti, di fatto non scelto dal Pd, sarebbe stato lui il nome più naturale per rappresentare questo cattolicesimo, conciliare e sinodale, come la Chiesa di Francesco, non più clericale, come certe visioni, ma popolare, non populista. Ma siccome Ceccanti non c’è, non esistono altri nomi fungibili per dare un segnale chiaro ai cattolici e ai non credenti di voler costruire insieme, e non contro, la laicità di domani? Io non credo. So che da tempo è attiva in Parlamento Anna Ascani, cattolica conciliare dalle note referenze anche governative. Volendo procedere e cercare una riconciliazione anche generazionale c’è un altro cattolico dell’area di opposizione, Paolo Ciani, impegnato nel sociale con i migranti, i Rom, gli anziani, i poveri. Tutte le riconciliazioni che servono a questa Italia.

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Non è solo un cattolicesimo a favore della famiglia tradizionale quello espresso da Lorenzo Fontana, nuovo presidente della Camera, ma un cattolicesimo che nega il valore di ogni alterità, che si riteneva una società perfetta alla quale tutti si dovevano uniformare. Ci sono nomi all’opposizione che possono dare un segnale chiaro ai cattolici e ai non credenti di voler costruire insieme, e non contro, la laicità di domani?

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