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Dedicato a tutti i “Dantisti di ieri e di oggi” recita la didascalia (commercialmente un tantino ruffiana, con la D grande, in un Paese in cui tutti citano il Sommo e pochi lo hanno letto integralmente) che chiude su schermo nero “Dante” (con le virgolette, un eccesso di rispetto) di Pupi Avati, singolare biopic uscito settecento anni e alcuni mesi dopo la morte del poeta fiorentino.

Questo percorso a rebours, ad opera del personaggio Giovanni Boccaccio, sulle tracce della vita di Dante Alighieri, bambino, ragazzo, giovane poeta, soldato (la battaglia di Campaldino del 1289, tra fiorentini e aretini: il ventiquattrenne Dante vi partecipò) e priore (finì in missione a Roma dal papa Bonifacio VIII, poco “santo padre”, per trovare, invano, una pace tra bianchi e neri), ricostruito con serio studio scenografico e di costumi da Pupi Avati, emana un innegabile fascino visivo e narrativo.

La recitazione compassata, filosofica, esistenzialmente novecentesca, con il tono basso, di Sergio Castellitto, nei panni di Boccaccio, è forse il pezzo forte della regia avatiana. Boccaccio ha il compito di raggiungere il convento di Santo Stefano degli Ulivi, in Ravenna, per conto della nuova amministrazione di Firenze, i Capitani di Orsanmichele, e consegnare alla figlia di Dante, suora Beatrice Alighieri, dieci fiorini d’oro. Con tale somma la città di Firenze ha deciso di risarcire l’ultima erede, a trent’anni dalla morte del padre, per le ingiustizie politiche e i danni materiali inflittigli con la condanna all’esilio e il sequestro dei beni (oggi vi sarebbero inclusi anche i danni biologici, che certo Dante patì nel lungo e accidentato esilio per le Corti italiane, come abbiamo imparato sin dalle scuole medie).

La sceneggiatura di Pupi Avati, partendo dal testo di Giovanni Boccaccio, Trattatello in laude di Dante, non poteva non mescidare dentro il tema del viaggio fisico dell’Italia del tempo (1350) quello del viaggio di formazione, soprattutto destinato al giovane spettatore che incontra Dante sui banchi monoposto post-Covid. Ci viene ricordato che l’amore vero nasce da uno “sguardarsi” (come dirà secoli dopo anche Giacomo Leopardi, dantista d’eccellenza) e il cinema offre ad Avati i giusti campi/controcampi tra Beatrice e Dante, due giovani poco più che adolescenti, colti di sguincio mentre si fissano, per pochi interminabili secondi, quando si incontrano per la via. Lì, dallo sguardo puro, innocente, diretto, nasce l’amore unico e senza tempo, tra un uomo e una donna: Alessandro Sperduti e Carlotta Gamba sanno essere delicati come lo stilnovismo chiedeva. (Avati torna ben due volte con taglio da dietro le spalle di Beatrice inquadrante solo una parte della ondulata chioma: il regista non nasconde un debole per le figure retoriche).

L’altra soluzione estetica che ad Avati suggerisce il viaggio fisico del 1350 di messer Boccaccio è il raccontare la vita di Dante a blocchi di flashback chiamati a spezzare il viaggio in carro da Firenze verso Ravenna. Ecco che prende forma una vita evocata dagli ultimi testimoni che Boccaccio incontra e dalla voce over dello stesso scrittore. Una narrazione in “montaggio alternato” (che il cinema conosce almeno da Citizen Kane, Orson Welles, 1941) indubbiamente calamita lo spettatore (anche se qualche scena avrebbe meglio respirato se meno diluita) favorendo una voluta suspense nell’attesa dell’esito del viaggio per incontrare suor Beatrice, che “non intende perdonare Firenze”.

Eppure l’incontro avverrà. Suor Beatrice, commossa dall’amore che Boccaccio riserva a Dante considerandolo anche suo padre, cambia idea. Concede al viaggiatore un colloquio notturno, nel chiostro del convento, sotto il cielo stellato: un incontro che rimanda a quello tra Santa Monica e Agostino ad Ostia. Suor Beatrice, rammenta con dolcezza come suo padre “conoscesse il nome di tutte le stelle”. Metafora per dire come il Sommo Poeta, come Giobbe, abbia avuto il dono di Dio di conoscere  la gioia e la sofferenza.

Avati non disdegna alcuni innesti “sperimentali” che vengono dal suo cinema fantastico degli anni Settanta (La casa dalle finestre che ridono, 1976), come nel sogno in cui Dante vede Beatrice divorare un cuore vivo, allegoria dell’amore totalizzante (tema medievale; se ne parla nella Vita Nova): qui la donna ha la bocca sporca di sangue e la soluzione visiva è volutamente espressionista e kubrickiana. Così come la soggettiva da dentro il loculo in cui viene sepolta l’amata Beatrice (omaggio a Carl Theodor Dreyer?). Infine, in un altro sogno, Beatrice e le amiche ballano una sorta di pizzica: la donna amata ha in braccio un bambino di legno che dovrebbe portar fortuna alla sposa come augurio di maternità ma che ella, durante la cerimonia di nozze, esitava a baciare nonostante le donne la incitassero a farlo (pare che Beatrice Portinari morì di parto nel 1290, venticinquenne).

Quello che rimane negli occhi e nella memoria delle migliaia di studenti che andranno a vedere Dante di Pupi Avati è racchiudibile in due messaggi: a) l’amore vero per tutta la vita esiste, e, quasi sempre, parte da uno sguardo; b) non voglio essere un italiano litigioso che si combatte e si uccide da secoli.

 

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