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Certe scene non si vedevano a Roma dagli anni ’70. Persone che discutono animatamente in strada. Persone che quasi arrivano alle mani, travolte dalla passione politica. Non si tratta però di elettori italiani all’uscita del seggio, ma di una variopinta folla di brasiliani, vestiti con colori sgargianti, radunatisi a piazza Navona in un’assolata domenica di inizio ottobre per eleggere il loro presidente. Molti sono in rosso, altri indossano abiti verde e oro. Il rosso rappresenta il Partito dei lavoratori (Pt) di Luiz Inácio Lula da Silva, il verde e l’oro caratterizzano i sostenitori di Jair Bolsonaro. I momenti di tensione registratisi a Roma – dove è dovuta intervenire la polizia locale per riportare la calma – si sono ripetuti in numerose città, in Europa e fuori, segnalando quanta ostilità abbia contraddistinto la prima tornata del voto per designare il capo dello Stato brasiliano.

Come è noto, lo scrutinio del 2 ottobre non è stato sufficiente a indicare il nuovo inquilino del palazzo di Planalto e tutto lascia presagire che le settimane precedenti al ballottaggio del 30 ottobre segneranno altre profonde divisioni nel già fragile tessuto politico e sociale brasiliano.

Lula sperava si chiudere la pratica al primo turno. Molti sondaggisti lo accreditavano infatti di oltre il 50 per cento dei voti. E invece Bolsonaro ha nuovamente sorpreso tutti guadagnando, il 43,20 per cento dei consensi, mentre Lula si è “fermato” al 48,43. Anche se leader del Partito dei lavoratori ha ottenuto oltre sei milioni di voti in più del suo avversario, nessuno nel variegato arcipelago della sinistra brasiliana pensa che la vittoria sia già acquisita. Al contrario, lo stesso Lula – che ha già ricoperto la carica di presidente dal 2002 al 2010 – è consapevole che i giochi sono tutt’altro che compiuti. Per rimarcarlo ha anche inviato una lettera a papa Francesco, manifestando i suoi timori per l’esito finale della battaglia elettorale.

Ma perché Lula ha sentito il bisogno di scrivere al papa? È vero che Francesco ha manifestando sua vicinanza a Lula durante i giorni della detenzione (580 giorni nel carcere di Curitiba per corruzione passiva e riciclaggio, condanne poi annullate dal supremo tribunale federale) e che lo stesso pontefice ha successivamente accolto molto calorosamente l’ex presidente operaio in Vaticano. Ma forse la missiva di Lula al papa ha un’altra ragione oltre a quella della riconoscenza. Probabilmente il leader del Pt ha bisogno di dare “un sostegno” religioso alla sua campagna, perché il suo avversario può contare sull’appoggio, molto attivo, della potentissima rete delle chiese evangeliche che veleggiano dietro al motto “Dio, patria, famiglia” fatto proprio da Bolsonaro e da molti altri leader populisti in giro per il mondo.

Le chiese evangeliche con i loro mezzi di comunicazione riescono a raggiungere milioni di devoti. E questo, in un paese dove le opinioni vengono formate più attraverso i social network che attraverso i normali canali di stampa, può davvero fare la differenza. Solo pochi giorni fa, nell’uragano di fake news che sempre attraversa il Brasile in queste occasioni, Lula è stato perfino colpito dall’accusa di essere un satanista. Accusa alla quale il candidato di sinistra si è sentito in dovere di rispondere con una dichiarazione pubblica nella quale ha enunciato i motivi per cui, secondo lui, può essere considerato un buon cristiano.

Questo episodio, per quanto possa apparire marginale, aiuta a comprendere la polarizzazione che caratterizza il Brasile. Una polarizzazione che rasenta e che a volte sfocia apertamente nell’odio politico. Gli elettori di destra, concentrati nelle grandi metropoli e nel sud (dove più intensa è stata l’immigrazione europea e principalmente italiana) vedono in Lula l’incarnazione di tutti i mali. L’espressione di uno Stato assistenzialista, poco o per nulla attento alle esigenze dei settori più produttivi della società. Soprattutto Lula viene accusato di essere stato coinvolto, o quanto meno di avere coperto, quella mastodontica macchina di corruzione portata alla luce dall’inchiesta “lava jato” (autolavaggio). Un giro di tangenti per quasi due miliardi di euro che ha infettato buona parte della struttura politica e amministrativa brasiliana.

Se per Lula sarà difficile scrollarsi di dosso l’etichetta di corrotto, Bolsonaro dovrà fare a lungo i conti con il risentimento di chi è stato in qualche modo colpito dal Covid. Sin dall’esordio della pandemia, il presidente uscente ha avuto un atteggiamento apertamente negazionista, ancora di più di quello di Trump dal quale ha da poco ricevuto l’endorsement. Molti brasiliani ricordano bene il discorso in diretta tv in cui Bolsonaro definiva il Covid come un “raffreddorino” o una “influenzetta”, dicendosi sicuro che lui, qualora infettato, avrebbe brillantemente superato la malattia grazie al suo passato “da atleta”.

Quasi settecentomila morti (in base ai dati ufficiali, ma la cifra potrebbe essere molto più alta) hanno segnato il Basile in due anni di pandemia e non pochi accusano il presidente di avere gestito l’emergenza in modo colpevolmente negligente. Il presidente non è inoltre riuscito a mantenere la promessa – né ragionevolmente avrebbe potuto – di estirpare la piaga della delinquenza, organizzata o meno, che affligge il Paese e che per molti brasiliani costituisce davvero un ostacolo allo svolgimento di una vita normale.

Contro Bolsonaro – perché in queste elezioni i brasiliani sembrano votare più contro che a favore di un candidato – si schierano le popolazioni del nord e del nord-est, dove più forte è stato il flagello del Covid e dove ancora vengono rimpianti i programmi di sviluppo sociale lanciati da Lula ai tempi del suo primo mandato.

Altri temi, come quello dell’Amazzonia, che negli ultimi quattro anni ha subito una massiccia deforestazione a favore dell’allevamento intensivo, sono più sentiti in Europa che in Brasile, dove purtroppo sono distanti dalla sensibilità della maggioranza dell’elettorato.

Non è dato sapere quale Brasile uscirà dal ballottaggio del 30 ottobre, ma una cose è certa: chiunque sarà il vincitore, il Paese ha bisogno di intraprendere un difficile cammino di riconciliazione per poter affrontare le sfide del futuro.

Lula o Bolsonaro, il Brasile ha bisogno di riconciliazione

Non è dato sapere quale Brasile uscirà dal ballottaggio del 30 ottobre, ma una cosa è certa: chiunque sarà il vincitore, il Paese ha bisogno di intraprendere un difficile cammino di riconciliazione per poter affrontare le sfide del futuro. L’analisi di Giuseppe Fiorentino

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