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“Il tempo è relativo. Il suo unico valore è dato da ciò che si fa mentre sta passando”, al Pentagono la considerazione di Albert Einstein ricorre nei briefing strategici dai quali la Casa Bianca si attende una via d’uscita dal gigantesco ed economicamente rovinoso cul-de-sac nel quale il regime degli ayatollah è riuscito ad imbrigliare la superpotenza americana. Oltre a neutralizzare il progressivo effetto domino che sta scardinando i mercati, la Casa Bianca ha urgenza di trovare una soluzione che scongiuri intanto la sindrome di Carter, il presidente rovinato dal disastro della fallita liberazione degli ostaggi americani a Teheran.

Dal punto di vista militare, per Donald Trump è tuttavia più urgente individuare una svolta che consenta di superare la scadenza del primo maggio, quando scadono i 60 giorni che come prescrive la Costituzione americana consentono al presidente di dichiarare guerra senza l’approvazione del Congresso. Dopodiché al tycoon rimarrebbero tre possibilità: prorogare la scadenza di un mese, chiedere l’autorizzazione del Congresso per continuare la guerra o iniziare a ridurre gradualmente il coinvolgimento militare degli Stati Uniti. L’urgenza accentua le tensioni interne all’amministrazione e chi tergiversa come il segretario della Marina Militare, John Phelan, viene dimissionato seduta stante.

“Il conflitto – scrive il Wall Street Journal – si è già dimostrato più dirompente per i mercati energetici globali rispetto alla crisi petrolifera del 1973. Le ripercussioni si estendono ben oltre il petrolio greggio”. Per Rachel Ziemba , ricercatrice senior associata del think tank di Washington Center for a New American Security, “con il passare del tempo, potremmo assistere a un considerevole aumento dei prezzi del petrolio e a un incremento dei rischi di stagflazione, il che peserà sui consumatori di tutto il mondo”. I contraccolpi sono molteplici, dall’aumento esponenziale dei prezzi delle materie prime a tutta la gamma delle tariffe assicurative e marittime. A cominciare da quelle delle rotte più trafficate del Canale di Panama, che hanno raggiunto livelli record, perché gli acquirenti asiatici, alla disperata ricerca di petrolio e gas, si contendono a suon di dollari le rotte di navigazione globali sconvolte dalla guerra con l’Iran. Come rivela il Financial Times, che cita i dati raccolti dalla società editoriale indipendente Argus Media, le aste giornaliere per le corsie di transito nel canale hanno registrato offerte cinque volte superiore rispetto ai livelli pre-conflitto, con prezzi medi di 837.500 dollari per le chiuse Panamax, le più comunemente utilizzate.

Al Pentagono i piani per uscire dall’impasse e riprendere saldamente il controllo della situazione comprendono una gamma di iniziative, riconducibili in parte al confronto diretto con i pasdaran sul territorio iraniano. Dalla constatazione che il blocco del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz rappresenti il punto critico persistente della guerra, deriva la necessità di una serie di possibili blitz aeronavali mordi e fuggi lungo i litorali iraniani, con sbarchi di Navy Seal e Delta Forces le forze speciali della marina o lanci di paracadutisti dell’82^ divisione e dei Berretti Verdi per distruggere le postazioni missilistiche e gli approdi fra gli scogli dei miliziani islamici.

Così come dall’incubo che il regime punti a guadagnare tempo perché potrebbe essere già in grado di assemblare un ordigno nucleare, deriverebbe l’urgenza di raid sui siti atomici di Isfahan, Natanz e soprattutto sull’ultimo impianto in costruzione fra le rocce di granito di Kuh-e Kolang Gaz, nome in codice a Pickaxe Mountain.

“C’è un solo modo per capovolgere il tentativo di guadagnare tempo da parte dell’Iran: sfruttare il tempo a proprio vantaggio per snidare i pasdaran”, rilanciano dal Pentagono, che ha ordinato ad una terza superportaerei, la George Bush, di posizionarsi nelle acque del Medio Oriente ed affiancare la Lincoln, che incrocia al largo dell’Oman, e la Ford in navigazione nel Mar Rosso. “Le azioni rapide e imprevedibili danno un vantaggio decisivo. L’attesa eccessiva può essere fatale”, sosteneva nell’“Arte della guerra” Sun Tzu, il più celebrato fra gli strateghi.

Determinazione di lanciare un’offensiva in profondità che a Washington impatta con le pressioni che Trump subisce dall’opinione pubblica americana: “La gente vuole solo che la guerra finisca” è il refrain che rimbalza sull’amministrazione. Pressioni che accentuano la contraddittorietà del 47° presidente che nelle continue smargiassate verbali delle ultime settimane ha oscillato fra il “cancelleremo la civiltà iraniana” e la proroga ad oltranza della tregua. Altro che leader della pace, meritevole del Premio Nobel! Piuttosto: presidente Taco, acronimo di Trump always chickens out, Trump fa sempre marcia indietro, insinua l’onda lunga di un’America che si dimostra ogni giorno sempre più amaramente pentita di averlo riportato alla Casa Bianca.

Il tempo intanto corre veloce e presenta incognite inquietanti. Sabato il tycoon – scrive da Londra il Times – si troverà faccia a faccia con i suoi principali critici alla cena dei giornalisti corrispondenti della Casa Bianca, alla quale parteciperà per la prima volta. Trump terrà un discorso che potrebbe essere decisivo per gli sviluppi del braccio di ferro con l’Iran. Visti i precedenti l’intervento potrebbe risolversi invece in una ulteriore narcisistica esibizione per contro-criticare i critici.

Uno spreco di tempo? I più sperano di no, ma temono di sì.

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Dal blitzkrieg, la guerra lampo, al conflitto senza orizzonti. Potrebbero essere necessari fino a sei mesi per liberare completamente lo stretto di Hormuz dalle mine disseminate sui fondali dall’Iran. Sminamento che difficilmente potrebbe essere avviato prima della fine del conflitto, mentre la Casa Bianca afferma che non esiste una tempistica precisa per la fine della guerra. L’opinione di Gianfranco D’Anna

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