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Ciò che resta dell’Isis rappresenta ancora una minaccia? Questa è la domanda a cui ha cercato di rispondere l’ultimo rapporto dal titolo “Rischi e minacce dello Stato Islamico”, elaborato dall’Osservatorio Icsa per la sicurezza del Mediterraneo (Oismed). Il documento, che mira a fare il punto su ciò che resta della milizia islamista, è stato presentato nel corso del live talk organizzato dalla Fondazione Icsa in partnership con Formiche. All’evento hanno partecipato il presidente della Fondazione, Leonardo Tricarico, il direttore centrale della Polizia di prevenzione del ministero dell’Interno, Diego Parente, il vicepresidente di Icsa, già direttore del Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa) del Viminale, Carlo De Stefano, Giancarlo Capaldo, consigliere scientifico di Icsa e già capo del Pool antiterrorismo della procura di Roma, il direttore di Oismed, Andrea Beccaro, e gli analisti della Fondazione Icsa, Elettra Santori e Filippo Tiburtini.

Il nuovo volto dell’Isis

Tra gennaio 2018 e maggio 2019 l’Isis ha condotto in Iraq 28 attacchi con velivoli suicidi (quasi due attacchi al mese) e da marzo 2020 a marzo 2021 ben 1.146 attacchi nel Paese (circa tre al giorno). Questi dati farebbero intendere che non sia il momento per abbassare la guardia, e il rapporto di Icsa serve a ricordarci che “il terrorismo non è finito e rappresenta ancora il vero nemico della comunità internazionale”, ha osservato Leonardo Tricarico. Infatti, nonostante l’Isis sia stato molto ridotto sul piano territoriale “i gruppi affini sono tutt’ora in grado di controllare aree geografiche e questo non può che essere un elemento molto inquietante, che in prospettiva potrebbe significare una trasformazione del gruppo in senso più territoriale e guerrigliero”, ha osservato invece Carlo De Stefano, vicepresidente di Icsa.

Ridimensionati, ma non scomparsi

Dopo la fine del Califfato, il terrorismo di Isis è “entrato in un cono d’ombra che gli consente una certa libertà di movimento e d’azione. In questo contesto il terrorismo si è affinato come strumento politico”, ha sottolineato Giancarlo Capaldo, mentre per Andrea Beccaro, della nuova natura di Isis si può parlare come di una minaccia ridimensionata rispetto al passato ma comunque da non sottovalutare a causa della grande flessibilità operativa che le permette di sopravvivere e reinventarsi anche nelle condizioni più avverse e difficili. E da considerare che “le ragioni profonde economico-politiche così come il vuoto politico e l’instabilità di diversi Paesi che hanno permesso al gruppo di nascere e radicarsi in varie regioni non sono state completamente eliminate lasciando quindi spazio a possibili ritorni in futuro”.

I territori da tener d’occhio

Tra i diversi gruppi, “lo Stato islamico della provincia del Khorasan in Afghanistan, rappresenta una concreta minaccia terroristica”, ha sottolineato Filippo Tiburtini, ricordando come ormai l’Isis si sia diffuso in diversi territori dell’Asia e dell’Africa. “Il fianco sud della Nato ha bisogno di attenzione seria” ha osservato ancora Tricarico, mentre per De Stefano: “la zona del Sahel è sicuramente una delle più problematiche e instabili nel contesto attuale e dove i gruppi jihadisti hanno più facilità nell’operare”. Il rapporto registra i numerosi attentati compiuti nel centro di Kabul, e soprattutto il recente attacco militare a una prigione siriana dove erano reclusi tremila operativi dell’Isis: una battaglia cruenta dove sono morte più di 160 persone.

Un pericolo anche per l’Italia

Come osservato da Diego Parente: “Colpisce anche quello che sta accadendo nella provincia afghana del Khorasan, dove gli attentati di Isis-K mirano a gettare discredito sul governo dei Talebani”. Per il direttore, a preoccupare è soprattutto “quello che si sta verificando nel Sahel e nell’Africa centro-occidentale, terreno di conquista per l’Isis in chiave contrappositiva ad Al-Qaeda”. Ciò che accade in Africa centro-occidentale è d’interesse anche per il nostro Paese sia perché sono diverse le missioni che impegnano l’Italia sul territorio sia perché la zona è snodo per traffici illeciti e migrazione che impattano il Mediterraneo.

I limiti della de-radicalizzazione

Uno dei punti nevralgici del contrasto al terrorismo è la prevenzione. Come evitare che un attacco terroristico avvenga, senza inciampare in un’eccessiva limitazione della privacy e della libertà personale dei sospettati? La questione rimane aperta e non sempre agire sui processi di deradicalizzazione porta a risultati concreti. “Per questo è necessario vigilare sull’autenticità del loro percorso di deradicalizzazione e, in particolare, procedere al rilascio anticipato di un condannato per terrorismo solo se tutti i professionisti che ne hanno seguito il percorso, psicologi, assistenti sociali, eccetera, raggiungono una convinta unanimità sulla sua scarcerazione”, ha osservato Elettra Santori.

I limiti dello strumento giudiziario

In generale, l’attuale approccio giudiziario al fenomeno terroristico risulta inadeguato dal momento che “le procure perseguono i singoli reati e vanno dietro a singole manifestazioni criminali, che non consentono un’analisi sistematica del fenomeno terroristico, per cui il quadro che ne deriva è necessariamente frammentario”, ha osservato da Capaldo. Dunque, come affrontiamo queste minacce? “Con un sistema flessibile di prevenzione e una sinergia di esperienze e approcci lavorativi diversi da parte di soggetti impegnati nelle politiche securitarie” – ha risposto Parente in conclusione, rimarcando sulla questione della deradicalizzazione che “è vero che in Italia manca una cornice normativa, ma è anche vero che c’è un disegno di legge sulla radicalizzazione ideologica e religiosa, attualmente è in fase di emendazione, e si spera che venga approvato entro la fine di questa legislatura”.

Stato islamico, una minaccia per il Mediterraneo. Il report Icsa

La minaccia del terrorismo di matrice jihadista non è scomparsa, e la penetrazione dell’Isis in nuove regioni (vicine al Mediterraneo) lo dimostra. Il tema è stato al centro della presentazione del rapporto “Rischi e minacce dello Stato Islamico”, elaborato dall’Osservatorio per la sicurezza del Mediterraneo (Oismed) della Fondazione Icsa

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