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Il discorso di Vladimir Putin del 9 maggio mi ha lasciato una strana sensazione. A prima vista mi era sembrato l’ennesimo geniale tatticismo del presidente russo che, dopo aver minacciato l’uso di armi “mai viste prima”, si poneva improvvisamente come tranquillizzante e mite interlocutore, una sorta di salvatore del mondo.

In realtà, anche se non mi pare di aver sentito commenti in tal senso, mi sembra francamente impossibile che dietro questo improvviso “ammorbidimento” non ci sia la Cina. Il presidente Xi Jinping è uno stratega raffinato. Alle prese con drammatici problemi interni, non ha esitato, qualche anno fa, a dare al suo Paese una dimensione di potenza globale che gli ha consentito di alzare la qualità della vita dei suoi cittadini.

Tuttavia, alle gravi situazioni di disparità sociale che permangono tra le centinaia di milioni di cinesi che vivono ammassati nelle grandi città costiere e il miliardo di persone disperse nelle campagne, si sono aggiunti, in tempi recenti, la pandemia, i problemi con Hong Kong, le violazioni dei diritti e le limitazioni delle libertà. Sul fronte esterno, oltre ai delicati rapporti con Taiwan, sono cresciute le tensioni con i Paesi dell’Est e del Sud-Est asiatico per il controllo dei traffici marittimi e dei giacimenti di gas del Mar Cinese Orientale e Meridionale, dove Pechino ha allargato unilateralmente i confini delle acque territoriali, annettendosi illegittimamente isole di proprietà di altri Stati e militarizzandole. Con la presidenza di Donald Trump, infine, si è assistito a una escalation senza precedenti nei rapporti con gli Stati Uniti, in una guerra commerciale non priva di conseguenze nemmeno per il gigante cinese.

In questo contesto di elevata e crescente complessità, lo scoppio della guerra in Ucraina e il sostegno di Pechino a Mosca stanno comportando una serie di conseguenze potenzialmente assai gravi per il futuro della Cina, soprattutto alla luce della reazione compatta e determinata dell’intero occidente, sicuramente sottovalutata anche in casa cinese.

Evidenzio solo tre punti.

Primo: i rapporti commerciali internazionali. Pechino non può avere contro l’intero Occidente. Già le politiche di reshoring manifatturiero da parte di numerosi Paesi, volte a favorire il rientro in patria di imprese che avevano delocalizzato in Cina investimenti e produzioni, stavano iniziando a ridisegnare in modo significativo gli equilibri economici. L’avvento della pandemia ha evidenziato la drammatica criticità delle catene lunghe, specie nei prodotti strategici (prima le mascherine, poi i semiconduttori, i trasporti marittimi e quant’altro), fornendo ulteriori ragioni per l’accorciamento delle catene stesse. La Cina non può, quindi, permettersi ulteriori tensioni con l’Occidente legate ad un eccessivo sostegno dato a Putin nella sua guerra all’Ucraina.

Secondo: il progetto della Via della seta (Belt and Road Initiative). Nato una decina d’anni fa come iniziativa economica, ha subito dimostrato la sua vera natura di ambizioso progetto geopolitico, il più grande mai concepito nella storia. È articolato su tre dimensioni: la cintura terrestre (Silk Road Economic Belt) che si sviluppa attraverso una serie di investimenti infrastrutturali su sei grandi corridoi, dalla Cina all’Europa; la via marittima (Maritime Silk Road); la via della seta polare (Polar Silk Road o Northern Sea Route).

Giova ricordare alcuni numeri. Gli investimenti totali previsti vanno dai 4 agli 8 trilioni di dollari statunitensi. Il finanziamento dei progetti è sostenuto dalle banche cinesi, da fondi di investimento controllati dallo stato cinese e da istituzioni finanziarie dell’est (Asian Development Bank, Asian Infrastructure Investment Bank, New Development Bank), queste ultime nate, sempre su regia di Pechino, come contraltare di omologhe iniziative occidentali. A marzo 2022 avevano sottoscritto i Memorandum of Understanding ben 146 Paesi, così suddivisi: 34 in Europa e Asia Centrale, 25 in Asia orientale e Pacifico, 18 in Medio Oriente e Nord Africa, 43 in Africa sub-Sahariana, 6 nel sud-est asiatico e 20 in America Latina e nei Caraibi. Vale la pena ricordare anche che, tra i Paesi del G7, solo l’Italia ha sottoscritto il memorandum d’intesa.

I Paesi chiave per le mire espansionistiche della Cina sono sicuramente i 34 di Europa e Asia Centrale. Ebbene, di questi 18 fanno parte dell’Unione Europea, ai quali si sommano 10 dell’Eurasia. Inoltre, 18 sono Paesi membri della Nato. Appare evidente come il conflitto in Ucraina stia rischiando, se non di affossare definitivamente, certo di ridimensionare in modo importante, e di ritardare, l’avanzamento del progetto. È infatti prevedibile che il proseguimento del sostegno di Xi a Putin blocchi l’adesione da parte di quei Paesi che stanno, al contrario, sostenendo l’Ucraina anche economicamente e militarmente. Tra l’altro, l’eventuale sfilarsi di Paesi dell’Unione europea e della Nato comprometterebbe anche il simbolico arrivo a Venezia della nuova Via della Seta, e sappiamo quanto i simboli siano importanti per la cultura cinese. L’adesione dello stesso Giappone alle sanzioni occidentali suona come un sonoro avvertimento assai più a Pechino che a Mosca.

Terzo: l’immagine internazionale della Cina. L’uso dell’hard power non è mai stato esibito dalla Cina, che ha sempre preferito mostrare al mondo la parte soft della propria politica. Continuare ad associare l’immagine del sorridente Xi a quella del guerrafondaio inquilino del Cremlino non può non infastidire l’establishment di Pechino e l’opinione pubblica mondiale. Una Cina che continui a sostenere Putin rischia di vedere seriamente compromessa la propria immagine di colosso economicamente temibile ma non rischioso per la sicurezza globale. Problemi di immagine, problemi nei rapporti commerciali, ridimensionamento del progetto della Via della Seta costituiscono rischi troppo seri anche per uno dalle spalle larghe come Xi.

Ecco, dunque, che è impossibile che, dietro il discorso di Putin del 9 maggio, non ci sia stata una vigorosa carezza allo Zar (i cinesi non usano gli schiaffi), accompagnata da un “adesso smettila di fare lo stupido”.

Certo, restano elementi di interesse da parte della Cina a mantenere un buon rapporto con la Russia: su tutti, le forniture di gas siberiano e, soprattutto, il controllo dell’Artico, frontiera geopolitica dei prossimi 10 anni. Ma questo non giustifica il rischio per la Cina di veder decadere la propria credibilità di fronte al mondo occidentale (e non solo, se rileggiamo il voto alle Nazioni Unite sulla condanna dell’aggressione Russa all’Ucraina).

Di queste evoluzioni deve approfittare l’Occidente: l’indebolimento dei rapporti tra Russia e Cina fino a dividerli è il fattore chiave per la soluzione del conflitto, come ha recentemente ricordato un arzillo vecchietto di nome Henry Kissinger, memore di quanto accaduto negli anni Settanta con Mao Tse-tung e Leonid Breznev.

Rimane una amara considerazione: se Trump non avesse inasprito in modo così drammatico le tensioni con la Cina, Putin avrebbe davvero fatto quello che sta facendo in Ucraina? Purtroppo la storia non si fa coi se e coi ma, ma nemmeno con le contrapposizioni personalistiche dettate solo dall’esigenza di vincere le elezioni. Speriamo che ne tenga conto il debole Joe Biden, ma, soprattutto, chi verrà dopo di lui a Washington (magari con qualche buon consiglio di Kissinger).

Tutto questo apre nuovamente il capitolo sul ruolo dell’Europa. E dell’India. Ma di questo parleremo più avanti.

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La guerra in Ucraina e il sostegno di Pechino a Mosca stanno comportando una serie di conseguenze potenzialmente assai gravi per il futuro della Cina, soprattutto alla luce della reazione compatta e determinata dell’intero Occidente. L’analisi di Paolo Alli, già presidente dell’Assemblea parlamentare Nato, oggi membro del board della Fondazione Alcide De Gasperi e non-resident senior fellow dell’Atlantic Council

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