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Beh, già il fatto di considerare un termovalorizzatore vessillo del rinnovamento e rifiuto delle pastoie politico-burocratiche nonché, soprattutto, elemento distintivo di una nuova identità, può apparire sconcertante. Se non disarmante.

In fondo parliamo di una tecnologia di smaltimento dei rifiuti vecchia di un secolo, considerato che il primo impianto fu realizzato nel 1903 a Frederiksberg in Danimarca perché la cittadina aveva esaurito i siti disponibili da utilizzare come discariche. Eppure se il sindaco di Roma, in una intervista al Sole 24 Ore parla della sua decisione di dotare la Capitale (finalmente?)  di un impianto di incenerimento per produrre energia e calore come di “una svolta storica” non solo per Roma ma addirittura “per il Paese”, la faccenda deve essere davvero grossa.

E infatti lo è. Ma, appunto, non solo e non tanto per l’impianto in sé quanto per quel che nel campo largo della sinistra significa politicamente e culturalmente. Brutalmente, significa recidere il rapporto con i Cinquestelle e tutto il movimento ambientalista che si è caratterizzato non solo per il no a quella tecnologia ma ha pesantemente condizionato la sindacatura di Virginia Raggi e l’acqua in cui nuotava la maggioranza regionale e di governo affiancata al fortissimo punto di riferimento dei progressisti.

Lascia sbalorditi che un impianto di cui sono dotate praticamente tutte le capitali europee e moltissime delle principali città del Vecchio continente assurga a simbolo di uno scontro ideologico, di un finora invalicabile muro di conservazione e rifiuto (rieccolo!) di una moderna trattazione dello smaltimento degli scarti urbani. Ma tant’è.

A confermare che il tema è spinosissimo e foriero di polemiche destinate a crescere c’è il dissenso subìto espresso dai grillini e la roboante opposizione manifestata dalla Cgil, il cui segretario laziale Natale Di Cola ha spiegato che “bruciare è di destra”. Bisognerebbe spiegarlo a tutte le capitali europee e alle maggiori città del Vecchio continente, non poche governate da maggioranze di sinistra, che hanno imboccato, evidentemente a loro insaputa, un strada così politicamente marchiante.

Nonché alle centinaia di migliaia di romani che usando come discariche i cassonetti sotto casa (quando ci sono) sono ignari di esprimere una strutturale preferenza ideologica di schieramento. Per poi allargare il discorso ai ratti, alle anatre, ai gabbiani, ai cinghiali – uno dei quali chissà se per protesta o per entusiasmo, si è piazzato sotto casa del sindaco stesso – anche loro protagonisti a pieno titolo in quanto utilizzatori finali, come li avrebbe bollati un principe del Foro,  del ciclo dei rifiuti nelle strade cittadine.

Lasciamo stare. Il problema è politico e non a caso il leader del Pd, Enrico Letta, ha immediatamente plaudito alla scelta di Gualtieri e perfino il governatore Zingaretti, che con i Pentastellati ci governa alla Pisana, si è detto favorevole. La realtà è che l’intesa Pd-Cinquestelle scricchiola assai, a tutti i livelli politico-amministrativi e istituzionali.

Le mosse di Giuseppe Conte sulla guerra, le sue giravolte non ancora chiarite tra Putin e Trump, l’occhieggiamento sempre più vistoso alle aree di protesta europee al punto di non voler dire se sta con Macron o con la Le Pen, i contrasti con Draghi e in generale la gassosità ideale e programmatica del M5S rendono sempre più difficile continuare in un legame che minaccia di confondere l’identità del Nazareno che proprio Letta sta cercando di ancorare a valori precisi, tra cui l’appartenenza all’Europa e la difesa di Zelensky rappresentano altrettanti architravi.

Certo non è facile. Svincolarsi dall’abbraccio grillino significa tagliare con un’alleanza che ha riportato il Pd al governo e che è il basamento su cui cui costruire la battaglia elettorale del prossimo anno. E significa anche consegnarsi ad un penalizzante straniamento: se si abbandona il M5S si va da soli o diventa obbligatorio guardare verso le forze a vario titolo centriste, da Italia Viva di Renzi ad Azione di Calenda. Per alcuni del Pd sarebbe come cadere dalla padella nella brace.

È per questo che i maligni sussurrano che alla fine la montagna di Gualtieri partorirà il topolino di Roberta Lombardi, ex pasionaria grillina ora assessore di Zingaretti: altissimi lai, bassissime realizzazioni. Si vedrà. In ogni caso per il Pd andare a braccetto del M5S diventa ogni giorno più oneroso. Come infilare il grillismo nel termovalizzatore delle ideologie: roba che tuttavia ad un certo punto potrebbe diventare scelta obbligata.

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