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Questa settimana l’Iran firmerà un memorandum d’intesa per l’ingresso nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (Sco), il raggruppamento multilaterale guidato dalla Cina che comprende anche Russia e India.

In un op-ed il presidente uzbeko, Shavkat Mirziyoyev, ha spiegato meglio di tutti il perimetro ampissimo in cui l’organizzazione intende lavorare adesso (logistica, l’energia, la sicurezza alimentare e ambientale, l’innovazione, la trasformazione digitale e l’economia verde), e ha tracciato linee programmatiche di tipo geopolitiche.

Ha parlato della necessità di integrazione dell’Afghanistan come forma di stabilizzazione del Paese dei Talebani, per esempio; di riconciliare politiche estere differenti sotto lo “spirito di Samarcanda” (la città uzbeka che ospiterà il summit); “in un mondo con nuove sfide e opportunità, la Sco ha eccellenti prospettive di trasformazione e crescita, non solo attraverso il rifornimento quantitativo, ma anche attraverso l’apertura di nuovi vettori strategici”, ha scritto.

Sono messaggi di chi è coinvolto direttamente il cui valore promozionale e propagandistico è logico, che permettono di comprendere perché uno degli obiettivi principali del Vertice di Samarcanda sia la questione dell’ulteriore espansione della “famiglia Sco”. La firma del memorandum con Teheran è il passaggio decisivo di nell’attuazione della decisione presa lo scorso anno di avviare il processo di ammissione. Processo che durerà un paio d’anni.

Se l’Sco vede nella Repubblica islamica un’occasione di espansione ben accetta, per Teheran, l’Sco è una dimensione geostrategica da poter sfruttare in un momento complesso. La presenza delle repubbliche centro-asiatiche, ma soprattutto di Russia, India e Cina — quest’ultima come accennato reale motore dell’organizzazione — garantisce la possibilità di collaborare con un mondo alternativo alla leadership occidentale. Questo nel pratico significa l’assenza delle limitazioni legate alle sanzioni sul nucleare, e nell’ideologico la realizzazione (seppure parziale) della dimensione khomeinista sugli affari internazionali.

Due fattori da far valere in primis con gli iraniani, in termini di consenso si intende, di cui il regime di Teheran è necessariamente sempre in cerca. Anche perché il passaggio nell’Sco si abbina con i problemi dell’Iran nella ricomposizione del Jcpoa, l’accordo per il congelamento del programma nucleare che era stato creato nel 2015 e che dal 2019 ha perso ogni capacità operativa perché l’amministrazione Trump ha ritirato gli Stati Uniti e reimpostato tutta la panoplia sanzionatoria americana.

Francia, Gran Bretagna e Germania — che insieme a Russia, Cina e Usa sono i contraenti dell’accordo multilaterale — hanno sfogato nei giorni scorsi la loro frustrazione dopo mesi di negoziati infruttuosi. In un comunicato congiunto, gli E3 (così vengono chiamate le tre nazioni europee del  sistema 5+1) hanno denunciato pubblicamente il comportamento dell’Iran, che sta mettendo a rischio i colloqui.

All’inizio del mese il governo iraniano ha inviato la sua ultima risposta al testo proposto Josep Borrell, l’Alto rappresentante per la politica estera Ue che sta conducendo le trattative per rilanciare l’accordo. La risposta dell’Iran viene definita “un passo indietro” dalle fonti diplomatiche europee, in quanto cerca di collegare il rilancio dell’accordo con la chiusura delle indagini dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) su tracce di uranio trovate in alcuni impianti iraniani.

“Quest’ultima richiesta solleva seri dubbi sulle intenzioni e sull’impegno dell’Iran per un esito positivo del Jcpoa”, hanno dichiarato nel comunicato i tre euro. E ancora: “La posizione dell’Iran contraddice i suoi obblighi giuridicamente vincolanti e mette a rischio le prospettive di ripristino del Jcpoa”.

“La risposta dell’Iran alla proposta avanzata dall’Ue è chiaramente un passo indietro (linguaggio identico a quello europeo, ndr) e rende improbabili prospettive per un accordo a breve termine, direi”, ha aggiunto successivamente il segretario di Stato statunitense, Antony Blinken. “L’Iran sembra riluttante o incapace di fare ciò che è necessario per raggiungere un accordo”, ha detto, aggiungendo un punto che sembra definitivo sulla ricomposizione dell’intesa.

Due giorni fa, il primo ministro israeliano uscente, Yair Lapid, era a Berlino in visita anche (o soprattutto) con l’obiettivo di scongiurare ulteriori forzature per la ricomposizione del Jcpoa da parte delle nazioni occidentali (tradotto in questo caso in “europee”). All’inizio del mese, il leader israeliano ha dichiarato al suo gabinetto che Israele ha “condotto con successo un’azione diplomatica per fermare l’accordo nucleare e impedire la revoca delle sanzioni all’Iran”: “Non è ancora finita. La strada è lunga. Ma ci sono segnali incoraggianti”, avrebbe detto.

Per quanto noto, ma non confermabile, le intelligence di diversi Paesi europei – parte e non del 5+1 – avrebbero ricevuto briefing e informazioni da funzionari del Mossad, che hanno mostrato prove su come l’Iran stia procedendo su un programma atomico di tipologia militare nonostante i negoziati in corso, e su come l’Iran si muova in modo aggressivo su altri campi. Lapid si è poi pubblicamente congratulato con la “posizione dura” presa dagli europei nello statement – uscito appena il giorno prima del suo arrivo in Germania.

L’Iran a questo punto vede da una parte le pressioni israeliane – rivale esistenziale storico – che trovano sponda nella linea severa, ma dialogante, Ue e in quella pessimistica statunitense (a Washington c’è consapevolezza che se i negoziati dovessero procedere ancora, il Congresso a dover approvare un eventuale ricomposizione del Jcpoa decisa dall’amministrazione, sarà quello a marchio repubblicano che stando ai pronostici dovrebbe uscire dalle elezioni di metà mandato).

Dall’altra parte Teheran ha un sistema di Paesi, con Russia e Cina (e India) in testa, che si mostrano aperti. Si tratta di movimenti per lo più tattici – Mosca è in disaccordo su diversi fronti con l’Iran, e per la Cina la Repubblica islamica è un fornitore di petrolio assolutamente rimpiazzabile e poco di più – ma significativi. In ballo c’è la possibilità di spingere, a uso interno al regime, la narrazione del modello alternativo e dell’ordine mondiale post-occidentale (tradotto in questo caso in “post-americano”). Un progetto che passa anche dall’SCO, sebbene ognuno dei membri ha le proprie finalità e priorità.

Tuttavia, per la teocrazia iraniana voltare le spalle all’Occidente potrebbe essere più complicato del previsto. Sia perché il mondo occidentale è ancora un riferimento per parte della collettività iraniana, sia perché all’interno dell’Sco ci sono comunque situazione complesse. Se è vero che l’organizzazione raccoglie circa il 40% della popolazione mondiale e quasi il 30% del Pil, è altrettanto vero che sta vivendo la complessa fase bellica della Russia e il sostanziale rallentamento della crescita economica della Cina.

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