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Il Parlamento italiano ha scelto il giorno sbagliato per voltare le spalle a Mario Draghi. In concomitanza col congedo forzato dell’ormai ex premier, la Bce ha comunicato di aver alzato i tassi d’interesse di mezzo punto. Secondo la presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, il rialzo da 50 punti base, il primo dal luglio del 2011, tiene conto “delle nuove stime sui rischi d’inflazione”. Ed è consentito “dall’ulteriore supporto assicurato alla trasmissione della politica monetaria dal Tpi”, il nuovo scudo anti-spread. La Bce non è stata l’unica banca centrale ad aver preso un simile provvedimento per cercare di contenere l’inflazione. Negli Stati Uniti, per esempio, la Fed ha alzato i tassi d’interesse di 75 punti base, mentre la Banca nazionale serba ha comunicato di incrementarli di 25 punti. Poi c’è chi, come Turchia e Giappone, ha deciso di non intervenire nonostante un aumento dei prezzi incontrollato.

Quella della Federal Reserve è stata una decisione obbligata vista l’impennata dell’inflazione, che negli Usa ha raggiunto i livelli massimi da 40 anni. I prezzi al consumo hanno registrato un incremento all’8,6%, superiore al +8,3% del mese precedente. Ecco perché la decisione è stata pressoché unanime. Gli Stati Uniti restano la prima economia al mondo. E di solito, quando si muovono, presto o tardi vengono seguiti dagli altri Paesi. È accaduto con la Bce. Ma ancor prima con la Banca nazionale serba.

In Serbia l’aumento del tasso di inflazione è stato del 10,4%. Pochi giorni fa l’istituto di credito centrale di Belgrado ha annunciato la decisione di aumentare i tassi d’interesse di 25 punti base al 2,75%, ma si prevede la possibilità di ulteriori interventi con misure più severe “per contrastare la pressione dell’inflazione”. La Banca nazionale serba, col cambio di politica monetaria, si aspetta un miglioramento imminente, con una diminuzione del tasso d’inflazione a partire da agosto. Il mese prossimo è comunque previsto un nuovo incontro del Comitato esecutivo, che deciderà se procedere con ulteriori aumenti dei tassi d’interesse per l’autunno.

Anche in Turchia l’incremento dei prezzi ha portato il tasso d’inflazione al 78,6%. La Banca centrale turca, però, prosegue nella sua strategia di lasciare i tassi d’interesse invariati. E conta su misure macroprudenziali e collaterali come l’aumento delle ponderazioni del rischio e il raddoppio dei requisiti di riserva nelle banche per i prestiti denominati in lire turche per attenuare il credito. Recep Tayyip Erdogan è un convinto sostenitore della massima economica secondo la quale i tassi più bassi possono frenare l’inflazione. Non sembra funzionare, dato che la Turchia è il Paese con i tassi reali più negativi al mondo.

Il Giappone segue la strada tracciata da Istanbul. Poche ore prima dell’annuncio della Bce, la Bank of Japan ha confermato la sua politica monetaria ultra-espansiva, mantenendo l’obiettivo di tasso a breve termine a -0,1% e quello per il rendimento delle obbligazioni a 10 anni intorno allo 0%. La BoJ proseguirà col Quantitative and qualitative monetary easing e col Yield curve control per raggiungere l’obiettivo di stabilità dei prezzi del 2% “fintanto che sarà necessario per mantenere tale scopo in modo stabile”. Come per la Turchia, una mossa opposta rispetto alle misure introdotte dalle altre banche centrali.

Quali banche centrali hanno agito come la Bce (e quali no)

La Fed negli Stati Uniti e la Banca nazionale serba hanno alzato i tassi d’interesse per contenere l’inflazione. Turchia e Giappone, invece, hanno puntato su una politica monetaria ultra-espansiva

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